Festival della Comunicazione. Iniziativa a Roma

16 maggio 2012

settimana comunicazione. iniziativa a Roma

A 20 anni dalla strage di Capaci parla Maria Falcone, sorella del giudice ucciso. Intervista di Fernanda di Monte

15 maggio 2012
L’appuntamento è alle 11, presso la Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”,
in via Serra di falco, a Palermo. La sede è una villetta, in mezzo a dei palazzoni,
confiscata alla mafia. Sì, alla mafia! Siamo arrivati in anticipo, le segretarie sono
impegnatissime, squilla più volte il telefono, fervono i preparativi per il ventesimo
anno della strage di Capaci. Arrivano prenotazioni per la manifestazione del 23
maggio, presso l’Aula Bunker, dove si svolse il maxiprocesso nel lontano 1986. Con
le tre «Navi della legalità», centinaia, migliaia di giovani arriveranno a Palermo da
tutta Italia, per esprimere con la loro presenza, non solo il ricordo dei “martiri per
la giustizia”, come gli amici Falcone e Borsellino e gli uomini e donne delle loro
scorte, ma anche l’impegno per una società nuova, che rigetta tutti i non-valori della
mafia. In questo via vai ci riceve nel suo studio, Maria, una delle sorelle di Giovanni
Falcone.
La prima domanda è d’obbligo: a distanza di vent’anni dalla strage di Capaci, è
cambiato qualcosa?
«Mi permetta, prima risponderle, di dirle perché ho iniziato questa attività. Avrei
potuto starmene a casa a piangere accettando la morte di Giovanni grazie alla fede,
ma c’è stato un momento (subito dopo la morte di Paolo Borsellino, che avevo
incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla continuerò io il
lavoro di Giovanni”), un momento in cui la disperazione ha preso il sopravvento e
pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso Capponnetto aveva detto. Ma l’aver
vissuto per tanto tempo vicino a Giovanni, avere condiviso il suo lavoro… E l’aver
intravisto, come Giovanni aveva intuito, che la sconfitta della mafia non era più una
cosa impossibile… Insomma, non potevo rinunciare a combattere».
Il giudice Falcone aveva compreso che per sconfiggere Cosa Nostra non
bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla
magistratura.
«Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Cioè
bisognava creare una società che rigettasse tutti i disvalori della mafiosità, soprattutto
l’indifferenza, l’omertà, perché bisogna capire che queste mafie non sono normali
organizzazioni che delinquono solo per far soldi. Certo, anche questo. Ma per arrivare
a quel fine Cosa Nostra si infiltra nel tessuto sociale e attacca i gangli vitali di un
Paese. È la mafia che corrompe il magistrato, l’uomo delle forze dell’ordine, il
politico soprattutto, e qualsiasi uomo delle istituzioni che possa essere d’intralcio alla
sua attività. Purtroppo il legame con la politica, ancora oggi, è faticoso da tranciare».
Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle
scuole e nelle università per coinvolgere tutta la società?
«Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per
far capire quanto sia importante il ruolo della società: quando Buscetta iniziò a
collaborare e a raccontare tutto, più volte disse a mio fratello: “Dottor Falcone, il
suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”, ma mio fratello non si lasciava
intimorire da quelle parole e rispondeva: “Non si preoccupi, dopo di me altri uomini
continueranno il mio lavoro. Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece
pochissime volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista
gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa
città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, come le loro tensioni morali
e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Ed ecco che mi sono
ritrovata sulla sua strada: dovevo dare ai giovani una cultura che rigettasse quel
terreno di base dove la mafia può proliferare e crescere».
Negli anni, tante scuole l’hanno chiamata a parlare e non riesce ad andare in
tutte…
«Molte cose sono cambiate sia in Sicilia che nel resto d’Italia, basti pensare
ai “ragazzi di addio pizzo”. Molto c’è ancora da fare e non bisogna abbassare
la guardia. I quartieri limite di Palermo non sono cambiati e per questo stiamo
incentivando il nostro impegno. Nelle scuole c’è un attenzione superiore a quella
degli inizi. Allora era cronaca, ora è storia».
C’è un lato più nascosto, privato di Giovanni che vuole ricordare?
«Rammento l’uomo, che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri
più importanti del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro
non l’ha fatto per se stesso, ma per la comunità, per le nuove generazioni. Anche se si
era un poco allontanato dalla fede, non aveva mai tolto la croce dal collo, e tra le sue
cose ho ritrovato la fascia della cresima».
Per offrire uno strumento di riflessione ai ragazzi lei ha appena scritto, assieme
alla giornalista Francesca Barra, il libro “Giovanni Falcone.
Un eroe solo” (Rizzoli)…
«Vent’anni dopo le stragi del ’92 i giovani che ancora sfileranno per le strade di
Palermo il 23 maggio prossimo sono la più bella vittoria della società».

L’appuntamento è alle 11, presso la Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”, in via Serra di falco, a Palermo. La sede è una villetta, in mezzo a dei palazzoni, confiscata alla mafia. Sì, alla mafia! Siamo arrivati in anticipo, le segretarie sono impegnatissime, squilla più volte il telefono, fervono i preparativi per il ventesimo anno della strage di Capaci. Arrivano prenotazioni per la manifestazione del 23 maggio, presso l’Aula Bunker, dove si svolse il maxiprocesso nel lontano 1986. Con le tre «Navi della legalità», centinaia, migliaia di giovani arriveranno a Palermo da tutta Italia, per esprimere con la loro presenza, non solo il ricordo dei “martiri per la giustizia”, come gli amici Falcone e Borsellino e gli uomini e donne delle loro scorte, ma anche l’impegno per una società nuova, che rigetta tutti i non-valori della mafia. In questo via vai ci riceve nel suo studio, Maria, una delle sorelle di Giovanni Falcone.

La prima domanda è d’obbligo: a distanza di vent’anni dalla strage di Capaci, è cambiato qualcosa?

«Mi permetta, prima risponderle, di dirle perché ho iniziato questa attività. Avrei potuto starmene a casa a piangere accettando la morte di Giovanni grazie alla fede, ma c’è stato un momento (subito dopo la morte di Paolo Borsellino, che avevo incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla continuerò io il lavoro di Giovanni”), un momento in cui la disperazione ha preso il sopravvento e pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso Capponnetto aveva detto. Ma l’aver vissuto per tanto tempo vicino a Giovanni, avere condiviso il suo lavoro… E l’aver intravisto, come Giovanni aveva intuito, che la sconfitta della mafia non era più una cosa impossibile… Insomma, non potevo rinunciare a combattere».

Il giudice Falcone aveva compreso che per sconfiggere Cosa Nostra non bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla magistratura.

«Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Cioè bisognava creare una società che rigettasse tutti i disvalori della mafiosità, soprattutto l’indifferenza, l’omertà, perché bisogna capire che queste mafie non sono normali organizzazioni che delinquono solo per far soldi. Certo, anche questo. Ma per arrivare a quel fine Cosa Nostra si infiltra nel tessuto sociale e attacca i gangli vitali di un Paese. È la mafia che corrompe il magistrato, l’uomo delle forze dell’ordine, il politico soprattutto, e qualsiasi uomo delle istituzioni che possa essere d’intralcio alla sua attività. Purtroppo il legame con la politica, ancora oggi, è faticoso da tranciare».

Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle scuole e nelle università per coinvolgere tutta la società?

«Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per far capire quanto sia importante il ruolo della società: quando Buscetta iniziò a collaborare e a raccontare tutto, più volte disse a mio fratello: “Dottor Falcone, il suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”, ma mio fratello non si lasciava intimorire da quelle parole e rispondeva: “Non si preoccupi, dopo di me altri uomini continueranno il mio lavoro. Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece pochissime volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, come le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Ed ecco che mi sono ritrovata sulla sua strada: dovevo dare ai giovani una cultura che rigettasse quel terreno di base dove la mafia può proliferare e crescere».

Negli anni, tante scuole l’hanno chiamata a parlare e non riesce ad andare in tutte…

«Molte cose sono cambiate sia in Sicilia che nel resto d’Italia, basti pensare ai “ragazzi di addio pizzo”. Molto c’è ancora da fare e non bisogna abbassare la guardia. I quartieri limite di Palermo non sono cambiati e per questo stiamo incentivando il nostro impegno. Nelle scuole c’è un attenzione superiore a quella degli inizi. Allora era cronaca, ora è storia».

C’è un lato più nascosto, privato di Giovanni che vuole ricordare?

«Rammento l’uomo, che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri più importanti del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro non l’ha fatto per se stesso, ma per la comunità, per le nuove generazioni. Anche se si era un poco allontanato dalla fede, non aveva mai tolto la croce dal collo, e tra le sue cose ho ritrovato la fascia della cresima». Per offrire uno strumento di riflessione ai ragazzi lei ha appena scritto, assieme alla giornalista Francesca Barra, il libro “Giovanni Falcone. Un eroe solo” (Rizzoli)…

«Vent’anni dopo le stragi del ’92 i giovani che ancora sfileranno per le strade di Palermo il 23 maggio prossimo sono la più bella vittoria della società».

La scuola di Falcone fa lezione ai giovani. A vent’anni dall’assassinio, un cortometraggio ambientato nel Convitto frequentato dal giudice siciliano. Parla il regista Scimeca

15 maggio 2012
Ci sono in tutta Italia e anche all’estero scuole, istituti, oratori, statue dedicate al
giudice Falcone, ma il convitto nazionale «Giovanni Falcone» di Palermo lo è in
maniera peculiare perché proprio qui, in questo istituto, il magistrato ha frequentato
le elementari. Le sue pagelle, ritrovate nel 1998 negli archivi polverosi dalla
studentessa Valeria Giarusso, oggi giornalista, evidenziano la sua passione per lo
studio. Il Convitto, assieme alla Fondazione Falcone, in occasione del XX
anniversario della strage di Capaci ha deciso di realizzare un cortometraggio di 30
minuti: «Convitto Falcone. La mia partita», tratto da un racconto di Giuseppe Cadili,
giornalista ed educatore dello stesso istituto «In questa storia – afferma l’autore – ho
voluto focalizzare l’attenzione su alcuni valori importanti come la famiglia, la scuola,
l’istruzione e i modelli veri da prendere come esempio: Falcone, Borsellino e tutte le
vittime della mafia che hanno dato la vita per affermare la legalità. Ai ragazzi dico
sempre: fate il vostro dovere. Basta mettere in pratica questa piccola regola per
potere sperare in un’Italia migliore e sconfiggere la mafia». Pasquale Scimeca,
siciliano di Alimusa, piccolo centro della provincia di Palermo, ha accettato con
entusiasmo di dirigere il film, utile nel perpetuare non solo il ricordo ma anche
l’insegnamento del giudice assassinato, come amava dire lo stesso Falcone
rivolgendosi ai giovani: «Le nostre idee continueranno a camminare sulle vostre
gambe». La sceneggiatura è dello stesso regista e di Francesco La Licata, scrittore,
giornalista e amico del giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, autore della
biografia Storia di Giovanni Falcone. La vicenda è ambientata ai nostri giorni, è «un
racconto che vede protagonisti dei ragazzi che si trovano a confrontarsi con il senso
della giustizia, anche attraverso gesti piccoli e quotidiani». Antonio, il protagonista, è
un adolescente che, grazie a una borsa di studio, entra nel convitto dove studiò
Falcone. Il luogo, il ricordo del magistrato e gli insegnamenti del suo educatore lo
spingeranno a riflettere sui temi della legalità e della giustizia. «È un messaggio
attuale, visto quello che succede oggi nel mondo del calcio – dice ancora Scimeca –;
vorrebbe dire ai ragazzi che nella vita le scorciatoie non funzionano». Il cast vede
attori che hanno già lavorato con Scimeca: David Coco, Marcello Mazzarella,
Donatella Finocchiaro, Guja Jelo, Pietro D’Agostino, Enrico Lo Verso e Filippo
Luna. Donatella Finocchiaro, nel ruolo della madre del protagonista, dice: «Il valore
simbolico di quest’opera per me è molto forte, mi aspetto che sia una maniera per
raccontare ai bambini le figure di eroi dei nostri tempi». Occorre non dimenticare,
sottolinea David Coco, che aggiunge: «Falcone e Borsellino sono persone che hanno
rifiutato di adeguarsi al contesto». Il padre del piccolo protagonista è interpretato da
Enrico Lo Verso, mentre Filippo Luna è il portiere della scuola. Le musiche sono di
Franco Battiato e il film sarà proiettato il 23 maggio alla presenza del capo dello
Stato, e poi presentato al Festival del Cinema di Venezia. Dice ancora il
regista: «Anche questo film è rivolto principalmente ai giovani, a quei ragazzi che nel
1992 non erano ancora nati, nella speranza che le idee e l’esempio di Giovanni
Falcone, di Paolo Borsellino e di tutti quelli che hanno sacrificato le loro vite nella
lotta alla mafia, possano soffiare come il vento e svegliare le nostre coscienze».
Ripercorrendo il suo iter formativo, Scimeca ritorna alle origini contadine, agli
insegnamenti di suo nonno nel riconoscere i tempi della natura, la sua bellezza e
l’importanza di rispettarla: «L’istruzione è fondamentale e nel mondo non tutti i
bambini hanno questa fortuna, anzi molti sono costretti sin da piccoli ad andare a
lavorare». Racconta con emozione il suo desiderio di diventare missionario «per
aiutare chi si trova in difficoltà». Poi la laurea in lettere a Firenze, alcuni anni di
insegnamento e l’approdo al cinema nel 1989, sua scelta di vita. Film come La
passione di Giosuè l’ebreo, Placido Rizzotto e Rosso Malpelo, Malavoglia, solo per
citarne alcuni. Premi, riconoscimenti e soprattutto
impegno perché il cinema, il suo cinema sia un servizio appassionato alla vita,
all’arte, alla bellezza. «Giovanni Falcone è una delle figure più importanti della storia
d’Italia – conclude Scimeca – ai ragazzi è importante trasmettere, non solo il ricordo,
ma anche l’esempio; nel nome di Falcone si possono fare delle scelte. Giovanni
Verga, Roberto Rossellini, sono i miei maestri per la letteratura e il cinema. Questo
film per me è una novella che s’ispira a quel modello educativo, utilizzando la forza
delle immagini».

Ci sono in tutta Italia e anche all’estero scuole, istituti, oratori, statue dedicate al giudice Falcone, ma il convitto nazionale «Giovanni Falcone» di Palermo lo è in maniera peculiare perché proprio qui, in questo istituto, il magistrato ha frequentato le elementari. Le sue pagelle, ritrovate nel 1998 negli archivi polverosi dalla  studentessa Valeria Giarusso, oggi giornalista, evidenziano la sua passione per lo studio. Il Convitto, assieme alla Fondazione Falcone, in occasione del XX anniversario della strage di Capaci ha deciso di realizzare un cortometraggio di 30 minuti: «Convitto Falcone. La mia partita», tratto da un racconto di Giuseppe Cadili, giornalista ed educatore dello stesso istituto «In questa storia – afferma l’autore – ho voluto focalizzare l’attenzione su alcuni valori importanti come la famiglia, la scuola, l’istruzione e i modelli veri da prendere come esempio: Falcone, Borsellino e tutte le vittime della mafia che hanno dato la vita per affermare la legalità. Ai ragazzi dico sempre: fate il vostro dovere. Basta mettere in pratica questa piccola regola per potere sperare in un’Italia migliore e sconfiggere la mafia». Pasquale Scimeca, siciliano di Alimusa, piccolo centro della provincia di Palermo, ha accettato con entusiasmo di dirigere il film, utile nel perpetuare non solo il ricordo ma anche l’insegnamento del giudice assassinato, come amava dire lo stesso Falcone rivolgendosi ai giovani: «Le nostre idee continueranno a camminare sulle vostre gambe». La sceneggiatura è dello stesso regista e di Francesco La Licata, scrittore, giornalista e amico del giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, autore della biografia Storia di Giovanni Falcone. La vicenda è ambientata ai nostri giorni, è «un racconto che vede protagonisti dei ragazzi che si trovano a confrontarsi con il senso della giustizia, anche attraverso gesti piccoli e quotidiani». Antonio, il protagonista, è un adolescente che, grazie a una borsa di studio, entra nel convitto dove studiò Falcone. Il luogo, il ricordo del magistrato e gli insegnamenti del suo educatore lo spingeranno a riflettere sui temi della legalità e della giustizia. «È un messaggio attuale, visto quello che succede oggi nel mondo del calcio – dice ancora Scimeca –; vorrebbe dire ai ragazzi che nella vita le scorciatoie non funzionano». Il cast vede attori che hanno già lavorato con Scimeca: David Coco, Marcello Mazzarella, Donatella Finocchiaro, Guja Jelo, Pietro D’Agostino, Enrico Lo Verso e Filippo Luna. Donatella Finocchiaro, nel ruolo della madre del protagonista, dice: «Il valore simbolico di quest’opera per me è molto forte, mi aspetto che sia una maniera per raccontare ai bambini le figure di eroi dei nostri tempi». Occorre non dimenticare, sottolinea David Coco, che aggiunge: «Falcone e Borsellino sono persone che hanno rifiutato di adeguarsi al contesto». Il padre del piccolo protagonista è interpretato da Enrico Lo Verso, mentre Filippo Luna è il portiere della scuola. Le musiche sono di Franco Battiato e il film sarà proiettato il 23 maggio alla presenza del capo dello Stato, e poi presentato al Festival del Cinema di Venezia. Dice ancora il regista: «Anche questo film è rivolto principalmente ai giovani, a quei ragazzi che nel 1992 non erano ancora nati, nella speranza che le idee e l’esempio di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di tutti quelli che hanno sacrificato le loro vite nella lotta alla mafia, possano soffiare come il vento e svegliare le nostre coscienze». Ripercorrendo il suo iter formativo, Scimeca ritorna alle origini contadine, agli insegnamenti di suo nonno nel riconoscere i tempi della natura, la sua bellezza e l’importanza di rispettarla: «L’istruzione è fondamentale e nel mondo non tutti i bambini hanno questa fortuna, anzi molti sono costretti sin da piccoli ad andare a lavorare». Racconta con emozione il suo desiderio di diventare missionario «per aiutare chi si trova in difficoltà». Poi la laurea in lettere a Firenze, alcuni anni di insegnamento e l’approdo al cinema nel 1989, sua scelta di vita. Film come La passione di Giosuè l’ebreo, Placido Rizzotto e Rosso Malpelo, Malavoglia, solo per citarne alcuni. Premi, riconoscimenti e soprattutto impegno perché il cinema, il suo cinema sia un servizio appassionato alla vita, all’arte, alla bellezza. «Giovanni Falcone è una delle figure più importanti della storia d’Italia – conclude Scimeca – ai ragazzi è importante trasmettere, non solo il ricordo, ma anche l’esempio; nel nome di Falcone si possono fare delle scelte. Giovanni Verga, Roberto Rossellini, sono i miei maestri per la letteratura e il cinema. Questo film per me è una novella che s’ispira a quel modello educativo, utilizzando la forza delle immagini».

di Fernanda di Monte

Don Di Noto al laboratorio Copercom

8 maggio 2012
“Nell’ambito dell’emergenza educativa, pur essendo meravigliosi i
mezzi di comunicazione, tra le maglie s’annidano pericoli per i
minori. Emerge che i ‘nativi digitali’, i bambini e i ragazzi, sono più
avanti dei ‘nativi cartacei’, gli adulti”. È necessario, quindi, “fare un
percorso per giungere a un patto educativo, innovativo e di grande
responsabilità, tra le due generazioni”. Lo ha detto al Copercom don
Fortunato Di Noto, fondatore di Meter, alla vigilia della sua
partecipazione al laboratorio on line “animatori cultura e
comunicazione” sul tema “Media e minori: come prevenire e come
affrontare i rischi?”, in programma mercoledì 9 alle 21
(www.copercom.it).
Il primo appuntamento del modulo primaverile del laboratorio ha
suscitato interesse e partecipazione. Cresce ora l’attesa per il secondo
incontro, con il sacerdote impegnato da anni in prima linea a tutela
dei minori contro la pedofilia via Internet.

“Nell’ambito dell’emergenza educativa, pur essendo meravigliosi i mezzi di comunicazione, tra le maglie s’annidano pericoli per i minori. Emerge che i ‘nativi digitali’, i bambini e i ragazzi, sono più avanti dei ‘nativi cartacei’, gli adulti”. È necessario, quindi, “fare un percorso per giungere a un patto educativo, innovativo e di grande responsabilità, tra le due generazioni”. Lo ha detto al Copercom don Fortunato Di Noto, fondatore di Meter, alla vigilia della sua partecipazione al laboratorio on line “animatori cultura e comunicazione” sul tema “Media e minori: come prevenire e come affrontare i rischi?”,  in programma mercoledì 9 alle 21 (www.copercom.it).

Il primo appuntamento del modulo primaverile del laboratorio ha suscitato interesse e partecipazione. Cresce ora l’attesa per il secondo incontro, con il sacerdote impegnato da anni in prima linea a tutela dei minori contro la pedofilia via Internet.

Media e minori: rompere la congiura del silenzio

4 maggio 2012
“Rompere il silenzio e rendersi protagonisti giocando fino in fondo la propria
responsabilità educativa”.  Lo ha detto ieri sera  Franco Mugerli, presidente del
Comitato media e minori, intervenendo al primo modulo 2012 del laboratorio on line
“animatori cultura e comunicazione” del Copercom sul tema “Media e minori: quale
tutela per quali diritti?”. “Si può fare molto, ma pochissimi si muovono. Al Comitato
arrivano segnalazioni” però “non sono ancora sufficienti. La verità – ha affermato
Mugerli – è che anche la stragrande maggioranza delle associazioni cattoliche sono
silenti e non collaborano”.
Un “peccato di omissione”, lo ha definito  Paolo Bustaffa, responsabile del
laboratorio.
Per il presidente del Coordinamento,  Domenico Delle Foglie, è necessario “fare
massa critica, come fa il  Copercom, e animare il dibattito pubblico” affinché “si
giunga a un codice unico di regolamentazione di tutti i media, compresa la pubblicità
e tutto ciò che ruota attorno al web, e, in particolare, i social network”.
I diritti per la tutela dei minori, ha  proseguito Mugerli,  “sono disattesi” e si
riscontrano “continue violazioni”. I minori  sono esposti, spesso, “a immagini di
violenza e di sesso”. È “una problematica che sembra non esistere”. Invece “è
presente ed è più importante di quel che si pensi”. Il risultato è che “il peso maggiore
ricade sulle famiglie e non su chi fa la televisione”.
Delle Foglie ha ricordato che “il tema della tutela dei minori è nello Statuto del
Coordinamento” e che “due delle 29 associazioni aderenti, Age e Agesc, hanno
sollevato il problema delle Commissioni  di revisione cinematografica” nelle quali
“sono preponderanti le rappresentanze dei produttori, che soffocano quelle dei
genitori”.
Il quadro legislativo e le prospettive non sono rassicuranti perché, ha dichiarato
Mugerli, ci sono “poche norme”. Occorrerebbe, invece, “più responsabilità da parte
del legislatore”, ma anche “un maggiore sussulto di indignazione e di proposizione
delle famiglie”.
Insomma “un vero ‘far west’ comunicativo”, come sottolinea il Manifesto del
Copercom a tutela dei minori.
“La sfida delle nuove tecnologie va affrontata ma – ha osservato Delle Foglie – un
genitore quarantenne non è detto che conosca il mondo dei social network e dei new
media e che sappia gestirlo. La nostra società credo che chieda troppo ai genitori, agli
insegnanti e ai sacerdoti”. Di fronte “a un ragazzo che cerca amicizia in un social
network, cosa potrebbe fare un educatore?”. Forse, ha concluso Delle Foglie,
“sollecitare i ragazzi a raccontare ciò che gli accade nella Rete”.

“Rompere il silenzio e rendersi protagonisti giocando fino in fondo la propria responsabilità educativa”.  Lo ha detto ieri sera  Franco Mugerli, presidente del Comitato media e minori, intervenendo al primo modulo 2012 del laboratorio on line “animatori cultura e comunicazione” del Copercom sul tema “Media e minori: quale tutela per quali diritti?”. “Si può fare molto, ma pochissimi si muovono. Al Comitato arrivano segnalazioni” però “non sono ancora sufficienti. La verità – ha affermato Mugerli – è che anche la stragrande maggioranza delle associazioni cattoliche sono silenti e non collaborano”. Un “peccato di omissione”, lo ha definito  Paolo Bustaffa, responsabile del laboratorio.

Per il presidente del Coordinamento,  Domenico Delle Foglie, è necessario “fare massa critica, come fa il  Copercom, e animare il dibattito pubblico” affinché “si giunga a un codice unico di regolamentazione di tutti i media, compresa la pubblicità e tutto ciò che ruota attorno al web, e, in particolare, i social network”. I diritti per la tutela dei minori, ha  proseguito Mugerli,  “sono disattesi” e si riscontrano “continue violazioni”. I minori  sono esposti, spesso, “a immagini di violenza e di sesso”. È “una problematica che sembra non esistere”. Invece “è presente ed è più importante di quel che si pensi”. Il risultato è che “il peso maggiore ricade sulle famiglie e non su chi fa la televisione”.

Delle Foglie ha ricordato che “il tema della tutela dei minori è nello Statuto del Coordinamento” e che “due delle 29 associazioni aderenti, Age e Agesc, hanno sollevato il problema delle Commissioni  di revisione cinematografica” nelle quali “sono preponderanti le rappresentanze dei produttori, che soffocano quelle dei genitori”.

Il quadro legislativo e le prospettive non sono rassicuranti perché, ha dichiarato Mugerli, ci sono “poche norme”. Occorrerebbe, invece, “più responsabilità da parte del legislatore”, ma anche “un maggiore sussulto di indignazione e di proposizione delle famiglie”.

Insomma “un vero ‘far west’ comunicativo”, come sottolinea il Manifesto del Copercom a tutela dei minori. “La sfida delle nuove tecnologie va affrontata ma – ha osservato Delle Foglie – un genitore quarantenne non è detto che conosca il mondo dei social network e dei new media e che sappia gestirlo. La nostra società credo che chieda troppo ai genitori, agli insegnanti e ai sacerdoti”. Di fronte “a un ragazzo che cerca amicizia in un social network, cosa potrebbe fare un educatore?”. Forse, ha concluso Delle Foglie, “sollecitare i ragazzi a raccontare ciò che gli accade nella Rete”.

Silenzio e parola, cammino di evangelizzazione

20 aprile 2012
Locandina Paoline

Locandina Paoline

Suor Pascalina. Nel cuore della fede

2 aprile 2012

Suor Pascalina è un film-tv sulla figura della suora bavarese che per quasi quarant’anni fu collaboratrice di monsignor Eugenio Pacelli, poi Papa XII.
Suor Pascalina fu la prima donna ad avere un ruolo di rilievo nella amministrazione del Vaticano. La fiction, ispirata alla biografia scritta da Martha Schad  “La signora del sacro palazzo”, è stata prodotta per la televisione pubblica tedesca ARD, in collaborazione con Betafilm e Rai.
Sinossi
Josefine Lehnert, nata alla fine dell’Ottocento in Baviera, ancora parte dell’impero asburgico, vive in famiglia fino agli anni dell’adolescenza. Suo padre si oppone con violenza alle sue aspirazioni: le impedisce di studiare e vorrebbe farle rinnegare la vocazione spirituale che invece  così forte e viva  sostiene la ragazza fino  a condurla  nel Convento della Congregazione delle Suore Menzinger della Santa Croce ad Altotting.
Josefine con la consacrazione dei voti prende il nome di Suor Pascalina (Christine Neubauer) ed inviata dalla Madre Superiora Tharsilla Tanner (Tina Engel) per sostenere come governante Eugenio Pacelli (Remo Girone), il nuovo Nunzio Apostolico inviato a Monaco dalla Santa Sede per portare a compimento il Concordato con la Baviera.
Il rigore e la cura per le necessità  domestiche, la conoscenza delle Scritture e il coinvolgimento  nella redazione dei  documenti, distinguono Suor Pascalina e costituiscono un valore essenziale per Eugenio Pacelli. La rivoluzione bolscevica in Russia,  le crisi successive alla prima guerra mondiale   e poi  l’ascesa al potere di Hitler, che proprio a Monaco tenta il suo primo putsch, sconvolgono il cuore dell’Europa.
La Santa Sede affida ad Eugenio Pacelli anche la Nunziatura Apostolica di Berlino. Suor Pascalina per la sua vicinanza al Nunzio viene fatta oggetto di invidia e delazione, accusata di aver trasgredito alle regole e richiamata in Convento. Costretta a  una forzata espiazione, resta in cella di penitenza piuttosto che piegarsi alle false accuse. Con l’aiuto del Cardinale Faulhaber (Ulrich Gebauer), Eugenio Pacelli ottiene il reintegro di Suor Pascalina che quando torna è provata nello spirito oltre che nel fisico. Finalmente guarita rientra a Berlino animata da rinnovato vigore.
L’entusiasmo per la nomina di Pacelli a Cardinale Segretario di Stato, si  trasforma in tristezza e delusione, Monsignore Wilson (Wilfried Hochholdinger), segretario  di Pacelli,  sostiene che  in Vaticano le donne non dovrebbero neanche entrare. Tuttavia, Papa Pio XI (Renato Scarpa)  rimane colpito  dalle annotazioni sulla bozza di concordato con la Germania,   redatte proprio da suor Pascalina, alla quale concede un ruolo all’interno della Segreteria di Stato.   L’enciclica di Pio XI “Mit brennender Sorge” (Con bruciante preoccupazione), contro l’ideologia nazista, provoca in Germiana brutali rappresaglie contro i rappresentanti della chiesa. Poco dopo, Pio XI muore e Pacelli è eletto Papa. Monsignor Wilson cerca in tutti i modi di ostacolare suor Pascalina ma senza riuscirvi. Durante i mesi terribili dell’occupazione nazifascista di Roma, Pio XII affida a suor Pascalina  il compito di aprire conventi  e chiese per  sottrarre  gli ebrei romani alla deportazione, per il tramite della “Pontificia Commissione di Assistenza” che  diventa un punto di riferimento importantissimo. per le famiglie distrutte  dalla guerra.  Suor Pascalina  nel 1958   lascia la Santa Sede alla morte di Pio XII.

Suor Pascalina è un film-tv sulla figura della suora bavarese che per quasi quarant’anni fu collaboratrice di monsignor Eugenio Pacelli, poi Papa XII.

Suor Pascalina fu la prima donna ad avere un ruolo di rilievo nella amministrazione del Vaticano. La fiction, ispirata alla biografia scritta da Martha Schad  “La signora del sacro palazzo”, è stata prodotta per la televisione pubblica tedesca ARD, in collaborazione con Betafilm e Rai.

Sinossi

Josefine Lehnert, nata alla fine dell’Ottocento in Baviera, ancora parte dell’impero asburgico, vive in famiglia fino agli anni dell’adolescenza. Suo padre si oppone con violenza alle sue aspirazioni: le impedisce di studiare e vorrebbe farle rinnegare la vocazione spirituale che invece  così forte e viva  sostiene la ragazza fino  a condurla  nel Convento della Congregazione delle Suore Menzinger della Santa Croce ad Altotting.

Josefine con la consacrazione dei voti prende il nome di Suor Pascalina (Christine Neubauer) ed inviata dalla Madre Superiora Tharsilla Tanner (Tina Engel) per sostenere come governante Eugenio Pacelli (Remo Girone), il nuovo Nunzio Apostolico inviato a Monaco dalla Santa Sede per portare a compimento il Concordato con la Baviera.

Il rigore e la cura per le necessità  domestiche, la conoscenza delle Scritture e il coinvolgimento  nella redazione dei  documenti, distinguono Suor Pascalina e costituiscono un valore essenziale per Eugenio Pacelli. La rivoluzione bolscevica in Russia,  le crisi successive alla prima guerra mondiale   e poi  l’ascesa al potere di Hitler, che proprio a Monaco tenta il suo primo putsch, sconvolgono il cuore dell’Europa.

La Santa Sede affida ad Eugenio Pacelli anche la Nunziatura Apostolica di Berlino. Suor Pascalina per la sua vicinanza al Nunzio viene fatta oggetto di invidia e delazione, accusata di aver trasgredito alle regole e richiamata in Convento. Costretta a  una forzata espiazione, resta in cella di penitenza piuttosto che piegarsi alle false accuse. Con l’aiuto del Cardinale Faulhaber (Ulrich Gebauer), Eugenio Pacelli ottiene il reintegro di Suor Pascalina che quando torna è provata nello spirito oltre che nel fisico. Finalmente guarita rientra a Berlino animata da rinnovato vigore.

L’entusiasmo per la nomina di Pacelli a Cardinale Segretario di Stato, si  trasforma in tristezza e delusione, Monsignore Wilson (Wilfried Hochholdinger), segretario  di Pacelli,  sostiene che  in Vaticano le donne non dovrebbero neanche entrare. Tuttavia, Papa Pio XI (Renato Scarpa)  rimane colpito  dalle annotazioni sulla bozza di concordato con la Germania,   redatte proprio da suor Pascalina, alla quale concede un ruolo all’interno della Segreteria di Stato.   L’enciclica di Pio XI “Mit brennender Sorge” (Con bruciante preoccupazione), contro l’ideologia nazista, provoca in Germiana brutali rappresaglie contro i rappresentanti della chiesa. Poco dopo, Pio XI muore e Pacelli è eletto Papa. Monsignor Wilson cerca in tutti i modi di ostacolare suor Pascalina ma senza riuscirvi. Durante i mesi terribili dell’occupazione nazifascista di Roma, Pio XII affida a suor Pascalina  il compito di aprire conventi  e chiese per  sottrarre  gli ebrei romani alla deportazione, per il tramite della “Pontificia Commissione di Assistenza” che  diventa un punto di riferimento importantissimo. per le famiglie distrutte  dalla guerra.  Suor Pascalina  nel 1958   lascia la Santa Sede alla morte di Pio XII.

IL COPERCOM: BENE IL GOVERNO SU TUTELA DEI MINORI DINANZI ALLA TV

28 marzo 2012

La certezza che i nostri bambini non si potranno imbattere, accendendo la  tv, “in programmi pornografici  e violenti gravemente nocivi”, così come la presenza sugli schermi del bollino rosso per tutta la durata delle trasmissioni televisive con “contenuti inadatti”, fa tirare un sospiro di sollievo alle famiglie italiane e a tutte le 29 Associazioni aderenti al Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione). Il Coordinamento esprime il proprio plauso per la decisione adottata dal Governo di predisporre uno schema di decreto legislativo che “aggiorna e potenzia la normativa di disciplina dell’esercizio delle attività televisive a tutela degli spettatori di minore età”. Inoltre il Copercom si compiace per il costante pressing esercitato su Governo e Parlamento da parte del Comitato media e minori, presieduto da Franco Mugerli. La cui azione e promozione sono state, in questa fase, apertamente riconosciute dallo stesso Governo.

Commentando la positiva decisione assunta dal Governo, il Copercom, presieduto da Domenico Delle Foglie, si augura che questo incisivo intervento in materia televisiva sia il segno di un rinnovato interesse per la tutela dei minori alle prese con un mondo multimediale pieno di insidie. Altri ambiti non meno delicati attendono, infatti, un intervento regolatore pubblico che ponga in essere forme cogenti di tutela dei minori. Basti pensare – ricorda il Copercom – alla diffusione esponenziale delle nuove tecnologie e alla cosiddetta convergenza multimediale (televisione, Internet, terminali mobili di videofonia), per temere realisticamente danni allo sviluppo integrale e armonico della personalità di bambini e adolescenti. Sviluppo che – precisa Delle Foglie – noi del Copercom siamo convinti stia a cuore non solo alle nostre Associazioni, ma anche alle famiglie, agli educatori e alla società nel suo complesso

Focus di Religion Today 2012

23 marzo 2012

La nostra socia Paola Pannicelli, nei giorni dal 13 al 16 febbraio scorso, ha organizzato al Nuovo Cinema Aquila di Roma la rassegna annuale del Film Festiva Religion Today. Sono state sette le scuole, tra elementari, medie inferiori e liceo, che hanno partecipato all’evento, per un numero di alunni complessivo che ha raggiunto le seicento presenze. Tra i partecipanti adulti, nelle serate del festiva, si è stabilito un  rapporto di comunicazione intenso e speriamo propositivo per i prossimi eventi. L’evento ha avuto la possibilità di ricordare in coincidenza con l’anniversario, il terribile omicidio di Monsignor Romero e l’eccidio avvenuto durante il giorno del suo funerale. Il documentario di Maite Carpio, “Romero-Voce dei senza Voce”- ha difatti dato il via alla serata, subito dopo la presentazione dell’evento e del Festival stesso. Al termine del documentario e dopo aver approfondito assieme al pubblico alcuni aspetti dell’atroce vicenda legata al “martirio” di Mons Romero, Giovanni Scifoni, autore e interprete di “Guai a voi ricchi”, spettacolo in cartellone del quale è stato presentato un brano che ha sintetizzato in modo mirabile il percorso  della serata- coi suoi lampi ironici sul denaro, l’ideologia, il bene ed il male, legati al potere del consumo, ed ha aperto la strada al reportage “Vivere senza soldi”, della regista danese Line Avhorsen che mostra la vita di Heidemarie una donna matura che, dopo aver venduto tutto quel che possedeva, vive dal 1994 senza  soldi.

Cultura della legalità e società multireligiosa

23 marzo 2012
Il prossimo 29\30 marzo 2012, si terrà a Palermo l’edizione del Cortile dei Gentili dal tema
“Cultura della legalità e società multireligiosa”. L’iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la
Cultura, giunge a Palermo, dopo Bologna, Parigi, Bucarest, Firenze, Roma e Tirana.
L’evento sarà presentato nella Conferenza Stampa che si terrà venerdì 23 marzo alle ore 10.30
presso Palazzo Steri, sede del Rettorato dell’Università, Sala Carapezza, (2° piano).
Saranno presenti: S.E.R. Card. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo, prof. Roberto Lagalla,
Magnifico Rettore, S.E.Mons. Antonino Raspanti, coordinatore dell’evento, S.E.Mons. Carmelo
Cuttitta, vescovo ausiliare di Palermo.
L’Ufficio Stampa è a disposizione per qualsiasi chiarificazione e per eventuali interviste ai Relatori
Ringraziando per l’attenzione, arrivederci al 23 marzo.

Il 29 e 30 marzo 2012, si terrà a Palermo l’edizione del Cortile dei Gentili dal tema

“Cultura della legalità e società multireligiosa”. L’iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Cultura, giunge a Palermo, dopo Bologna, Parigi, Bucarest, Firenze, Roma e Tirana.

L’evento è stato  presentato nella Conferenza Stampa venerdì 23 marzo alle ore 10.30 presso Palazzo Steri, sede del Rettorato dell’Università, Sala Carapezza, (2° piano).

Presenti: S.E.R. Card. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo, prof. Roberto Lagalla, Magnifico Rettore, S.E.Mons. Antonino Raspanti, coordinatore dell’evento, S.E.Mons. Carmelo Cuttitta, vescovo ausiliare di Palermo.

L’Ufficio Stampa è a disposizione per qualsiasi chiarificazione e per eventuali interviste ai Relatori