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Presentazione del libro: IL VATICANO II E LA COMUNICAZIONE. Una rinnovata storia tra Vangelo e società

lunedì, 4 marzo 2013
Mercoledì 6 marzo 2013 – ore 18
Libreria Paoline Multimedia
via del Mascherino, 94 – ROMA
Interviene DARIO EDOARDO VIGANÒ, Autore del libro
Modera ROSARIO CARELLO, Autore e conduttore di “A Sua Immagine” (Rai1)
Il Volume illustra la complessità del contesto storico e religioso nel quale si colloca l’annuncio del Vaticano II e rileva come il Concilio sia iniziato con uno stile di pontificato assolutamente nuovo in un’epoca in cui, a livello internazionale, si registra un cambio sociale reso evidente dai consumi culturali e dal processo di sviluppo del sistema dei media. L’autore inoltre pone particolare attenzione sull’importanza del Decreto Inter mirifica, approvato il 4 dicembre 1963: un documento che segna la presa in carico della comunicazione di massa da parte della Chiesa Cattolica portando il Concilio a fare i conti con un modello di comunicazione a cui la Curia romana era poco abituata.

Concilio II e comunicazione locandinaMercoledì 6 marzo 2013 – ore 18 – Libreria Paoline Multimedia

via del Mascherino, 94 – ROMA

Interviene DARIO EDOARDO VIGANÒ, Autore del libro

Modera ROSARIO CARELLO, Autore e conduttore di “A Sua Immagine” (Rai1)

Il Volume illustra la complessità del contesto storico e religioso nel quale si colloca l’annuncio del Vaticano II e rileva come il Concilio sia iniziato con uno stile di pontificato assolutamente nuovo in un’epoca in cui, a livello internazionale, si registra un cambio sociale reso evidente dai consumi culturali e dal processo di sviluppo del sistema dei media. L’autore inoltre pone particolare attenzione sull’importanza del Decreto Inter mirifica, approvato il 4 dicembre 1963: un documento che segna la presa in carico della comunicazione di massa da parte della Chiesa Cattolica portando il Concilio a fare i conti con un modello di comunicazione a cui la Curia romana era poco abituata.

Comunicato Paoline – presentazione libro IL VATICANO II E LA COMUNICAZIONE – Roma 6 marzo 2013

Scheda Libro

Dare senso al tempo

lunedì, 4 marzo 2013

Si è svolto mercoledì scorso il primo incontro di formazione del convegno dedicato a i dieci Comandamenti: Dare senso al tempo.

La bellezza dei volumi di questa pubblicazione, oltre al contributo di studiosi di varie discipline, è data dai beneficiari stessi dei volumi, in particolare, gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e poi naturalmente tutti i docenti, gli operatori pastorali, i gruppi di studio sulla bibbia e gli educatori in genere.

Questo progetto editoriale che si è basato su un programma scolastico finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nello specifico dal Dipartimento per i diritti e le pari opportunità, e riconosciuto come una delle tre “eccellenze” a livello nazionale, ha vinto, con menzione speciale, il premio “Lavoriamo insieme” del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione e del Ministero per le pari opportunità. Perché considera il Decalogo dal punto di vista dell’oggi, a partire da una lettura dei dieci comandamenti che da canonica diventa originale, in cui non si considera soltanto la prospettiva religiosa, ma anche quella laica, analizzando i risvolti filosofici, etici, letterari, sociologici e cinematografici, quest’ultimi realizzati con un particolare riferimento al Decalogo di Krzysztof Kieslowski, e realizzando una “incursione” nelle differenze di genere, coniugando cioè al maschile e al femminile la tematica, per giungere infine nella Commedia dantesca, e rileggendo così questo scrigno meraviglioso e prezioso per tutti, racchiuso nelle dieci Parole, che in questa ottica, appunto, tenta una comprensione attualizzante.

a cura di Maria Grazia Meloni

Dare senso al tempo

martedì, 8 gennaio 2013
Corso di Formazione e di Aggiornamento
per insegnanti di Religione
2013

Corso di Formazione e di Aggiornamento per insegnanti di Religione 2013

Depliant illustrativo

Modulo iscrizione

Felici di vivere – Le beatitudini

mercoledì, 28 novembre 2012

felici-di-vivere

Carissimi amici e amiche,

l’itinerario di spiritualità che proponiamo per l’anno della Fede corre sulle vie delle Beatititudini.

Felici di vivere è la proposta fatta a tutti coloro che desiderano che la fede possa diventare vita e la vita possa essere impastata di fede.

Non c’è età, nè provenienza che possa diventare un ostacolo. Chi desidera vivere e condividere con noi questo tempo di Grazia, con passione e voglia di profondità, è e sarà il benvenuto/a.

Il primo incontro on line è già disponibile on line >>> clicca qui!

Il secondo sarà disponibile dal prossimo 29 novembre, come previsto dal Calendario.

Gli incontri prevedono video-catechesi che possono essere seguite personalmente o in gruppo, servendosi anche di apposite schede per trasformare ogni sfida in vita concreta.

Consigliamo a tutti di avere a disposizione una Bibbia e un quaderno per fissare quei passaggi importanti per il proprio cammino.

Vi aspettiamo on line su www.cantalavita.com

Un caro saluto a tutti/e – sr Mariangela, fsp

“GIOVANI, FAMIGLIE E SCUOLA: PREOCCUPAZIONI E SPERANZE”

mercoledì, 7 novembre 2012
Sabato 27 ottobre 2012
ore 10,00
Istituto Don Bosco Ranchibile
Via libertà n. 199 – Palermo

Sabato 27 ottobre 2012 - ore 10,00. Istituto Don Bosco Ranchibile, Via libertà n. 199 – Palermo

a cura di Associazione Genitori Scuole Cattoliche della Regione Sicilia

PROGRAMMA:

SALUTI:

del Direttore dell’Istituto Don Bosco Ranchibile, don Carmelo Umana,

di Sua Eminenza Cardinale Paolo Romeo,

del Presidente Regionale AGeSC, dott. Maurizio Nobile,

del Sindaco di Palermo, prof. Leoluca Orlando.

PANEL DI DISCUSSIONE:

INTERVENGONO: il Presidente Regionale FIDAE, padre Francesco Beneduce;

il Preside del Liceo Statale Umberto I di Palermo, prof. Vito Lo Scrudato;

il Responsabile dell’Associazione Comunicazione e Cultura Paoline Onlus di Palermo,

sr. Fernanda Di Monte; rappresentanti dei giovani e di genitori.

MODERA: prof. Salvino Leone,

Presidente dell’Istituto di Studi Bioetici “Salvatore Privitera” di Palermo.

CONCLUSIONI:

Presidente Nazionale, dott. Roberto Gontero

Martini, l’inquietudine del comunicare di Aldo Maria Valli

venerdì, 28 settembre 2012
Ricordo che in occasione delle interviste (e sono state tante) mi chiedeva sempre: “Di
quanti secondi hai bisogno?”. Poiché conosceva l’importanza della sintesi per la
comunicazione televisiva, si metteva nei panni del giornalista e cercava di
semplificargli il compito. Non voleva ricevere le domande in anticipo e non chiedeva
mai di rileggere le risposte. Si fidava. Aveva totale rispetto dell’autonomia del
giornalista. D’altra parte quella del giornalismo era una passione che lui stesso aveva
coltivato da ragazzo. Poi fu l’altra chiamata a prevalere, ma per lui quella del
giornalista restò sempre una missione.
Studioso della Bibbia e uomo della Parola, Martini ebbe una considerazione altissima
della comunicazione. All’inizio degli anni Novanta, quando era arcivescovo a
Milano, dedicò al comunicare due celebri lettere pastorali, Il lembo del mantello ed
Effatà! Apriti! Due documenti che per me e, credo, per tanti altri giornalisti sono stati
fondamentali. Perché ci hanno ricordato che la comunicazione, prima di essere
problema tecnico, è questione morale. Questione che riguarda il senso profondo del
rapporto con l’altro.
Martini non parlava mai tanto per parlare, non girava attorno, non svicolava. Non si
lasciava condizionare dalle preoccupazioni di opportunità politica o ecclesiale. Ogni
sua parola era come una luce. Andava dritta al cuore e alla mente dell’interlocutore.
A dispetto del tono, pacato e perfino monocorde, il suo linguaggio inquietava e
metteva letteralmente in crisi, nel senso che obbligava a scegliere, a pensare. Il verbo
“inquietare” gli piaceva molto. Diceva che il cristiano non è e non può essere un
uomo comodo, per se stesso e per gli altri. Quando istituì la cattedra dei non credenti
disse che la sua speranza era di inquietare e lasciarsi inquietare. Perché in ogni
credente c’è qualcosa del non credente, e viceversa. Celebre è anche la sua
distinzione tra pensanti e non pensanti, l’unica, diceva, davvero importante.
L’altissima considerazione che aveva del comunicare non era il frutto di un suo
pallino intellettuale o conseguenza del suo essere studioso delle sacre scritture. Era
frutto della sua fede. Lo vediamo bene nel testo raccolto nel bel libro Colti da
stupore, là dove, occupandosi della misteriosa comunicazione avvenuta nel sepolcro
di Gesù, spiega che proprio in quel luogo, nella notte di Pasqua, ci fu la
comunicazione più radicale di ogni tempo. Lo Spirito Santo si comunica e ridona il
soffio della vita a Gesù. Si può immaginare qualcosa di più sconvolgente? La morte
sconfitta, per sempre, attraverso la comunicazione. Attraverso la comunicazione del
Padre che dona se stesso, per amore.
Il Dio dei cristiani è un Dio che parla, ma non solo e non tanto per ordinare. È un Dio
che ascolta e chiede ascolto, che interpella, che si mette in relazione, che inquieta,
che consola, che indica la strada, che sta vicino. È un Dio comunicatore. Un Dio che
raggiunge il vertice della comunicazione divenendo esso stesso Parola viva,
incarnata. Ecco dove nasce la passione di Martini per il comunicare. Ed ecco dove
nasce la sua preoccupazione per una comunicazione che tanto spesso può essere
formale, vuota, debole, priva di autentico coinvolgimento.
Quando comunichiamo, noi sempre doniamo noi stessi, o almeno qualcosa di noi
stessi. E ascoltando ci mettiamo nella condizione di accogliere il dono dell’altro.
Senza questa predisposizione non c’è comunicazione degna di tale nome. Ci potrà
essere, al più, un’informazione, magari anche accurata. Ma comunicare è un’altra
cosa. Il comunicare riguarda la comunità, l’essere in comunione. Comprensibile
dunque l’attenzione dedicata dal cardinale Martini ai nuovi strumenti del comunicare
e alle nuove frontiere. In lui non ci fu mai rifiuto preventivo. Prevalse sempre la
fiducia. Come Pio XII, come Giovanni Paolo II, vedeva nei moderni mezzi di
comunicazione autentici doni di Dio, messi a disposizione della libertà dell’uomo.
Non gli piaceva scagliare anatemi. Preferiva raccomandare la vigilanza e il senso di
responsabilità. Della televisione, per esempio, non sopportava la naturale invadenza e
la tendenza a ridurre la parola a un rumore di fondo, indistinto e senza significato.
Però ne capiva l’importanza per la tempestività e per la capacità di entrare nelle case
di tutti, indipendentemente dalla condizione sociale e dallo status culturale. Quando
poi ci fu l’avvento dell’informatica accolse la novità con disponibilità e, ancora una
volta, con fiducia. Vedeva bene i rischi, ma gli interessava di più mettere in luce le
potenzialità positive. Vide nella rivoluzione del web il pericolo di una comunicazione
ancora più spersonalizzata, ma mise l’accento soprattutto sulla possibilità di
accrescere il tasso di fraternità attraverso la conoscenza reciproca.
Fino agli ultimi giorni usò il computer e la posta elettronica con riconoscenza, perché
gli permettevano di restare in contatto con tante persone nonostante la perdita della
voce. Sempre curioso e interessato a tutto, gli piaceva ricevere notizie e rispondeva
sempre. Messaggi semplici, per forza di cose, ma mai banali. Ricordo che quando un
mio servizio televisivo su di lui faticò non poco per andare in onda (perché il direttore
del Tg1 di allora decretò che gli italiani non erano interessati alle vicende di un
vecchio cardinale, e i vicedirettori si dissero d’accordo con lui), gli scrissi una mail
per chiedergli scusa. Ero mortificato nei suoi confronti e sbigottito davanti a un tale
miscuglio di ignoranza e arroganza da parte dei miei superiori. Lui mi rispose: “È un
bene essere respinti”. Cinque parole che conservo gelosamente e che sono
preziosissime nel mio lavoro.
Il Parkinson gli tolse la parola e lo limitò nei movimenti. Per battere sui tasti del
computer o semplicemente per vergare la sua firma doveva fare una gran fatica, ma
considerava quelle difficoltà una benedizione, perché lo obbligavano ad andare
ancora di più al cuore della comunicazione, togliendo ogni orpello, ogni fronzolo
inutile.
Anche Pietro e Paolo, come Gesù, sono stati uomini della comunicazione. E con le
loro diversità, così marcate, ci dicono che il cristianesimo è religione plurale, che ama
le differenze. Il cristiano non è mai per l’uniformità. La Parola è chiamata a
incarnarsi ovunque, in contesti diversissimi. In quanto gesuita, Martini amava la
complessità e stare sulla frontiera. Per questo capiva bene le difficoltà dei Papi e
pregava per loro. Quando lo dipingevano come un anti-Papa sorrideva e diceva che
lui, semmai, era un ante-Papa, uno che, da pastore in mezzo al popolo, percorreva in
anticipo le strade che il Papa avrebbe dovuto a sua volta affrontare. Non
dimentichiamo che, nonostante la malattia, negli ultimi mesi della sua vita terrena
chiese di poter incontrare il suo coetaneo Benedetto XVI, prima a Roma e poi di
nuovo a Milano. Per guardarsi negli occhi. Per comunicare davvero.
*Vaticanista del TG1

Ricordo che in occasione delle interviste (e sono state tante) mi chiedeva sempre: “Di quanti secondi hai bisogno?”. Poiché conosceva l’importanza della sintesi per la comunicazione televisiva, si metteva nei panni del giornalista e cercava di semplificargli il compito. Non voleva ricevere le domande in anticipo e non chiedeva mai di rileggere le risposte. Si fidava. Aveva totale rispetto dell’autonomia del giornalista. D’altra parte quella del giornalismo era una passione che lui stesso aveva coltivato da ragazzo. Poi fu l’altra chiamata a prevalere, ma per lui quella del giornalista restò sempre una missione.

Studioso della Bibbia e uomo della Parola, Martini ebbe una considerazione altissima della comunicazione. All’inizio degli anni Novanta, quando era arcivescovo a Milano, dedicò al comunicare due celebri lettere pastorali, Il lembo del mantello ed Effatà! Apriti! Due documenti che per me e, credo, per tanti altri giornalisti sono stati fondamentali. Perché ci hanno ricordato che la comunicazione, prima di essere problema tecnico, è questione morale. Questione che riguarda il senso profondo del rapporto con l’altro.

Martini non parlava mai tanto per parlare, non girava attorno, non svicolava. Non si lasciava condizionare dalle preoccupazioni di opportunità politica o ecclesiale. Ogni sua parola era come una luce. Andava dritta al cuore e alla mente dell’interlocutore. A dispetto del tono, pacato e perfino monocorde, il suo linguaggio inquietava e metteva letteralmente in crisi, nel senso che obbligava a scegliere, a pensare. Il verbo “inquietare” gli piaceva molto. Diceva che il cristiano non è e non può essere un uomo comodo, per se stesso e per gli altri. Quando istituì la cattedra dei non credenti disse che la sua speranza era di inquietare e lasciarsi inquietare. Perché in ogni credente c’è qualcosa del non credente, e viceversa. Celebre è anche la sua distinzione tra pensanti e non pensanti, l’unica, diceva, davvero importante. L’altissima considerazione che aveva del comunicare non era il frutto di un suo pallino intellettuale o conseguenza del suo essere studioso delle sacre scritture. Era frutto della sua fede. Lo vediamo bene nel testo raccolto nel bel libro Colti da stupore, là dove, occupandosi della misteriosa comunicazione avvenuta nel sepolcro di Gesù, spiega che proprio in quel luogo, nella notte di Pasqua, ci fu la comunicazione più radicale di ogni tempo. Lo Spirito Santo si comunica e ridona il soffio della vita a Gesù. Si può immaginare qualcosa di più sconvolgente? La morte sconfitta, per sempre, attraverso la comunicazione. Attraverso la comunicazione del Padre che dona se stesso, per amore. Il Dio dei cristiani è un Dio che parla, ma non solo e non tanto per ordinare. È un Dio che ascolta e chiede ascolto, che interpella, che si mette in relazione, che inquieta, che consola, che indica la strada, che sta vicino. È un Dio comunicatore. Un Dio che raggiunge il vertice della comunicazione divenendo esso stesso Parola viva, incarnata. Ecco dove nasce la passione di Martini per il comunicare. Ed ecco dove nasce la sua preoccupazione per una comunicazione che tanto spesso può essere formale, vuota, debole, priva di autentico coinvolgimento.

Quando comunichiamo, noi sempre doniamo noi stessi, o almeno qualcosa di noi stessi. E ascoltando ci mettiamo nella condizione di accogliere il dono dell’altro. Senza questa predisposizione non c’è comunicazione degna di tale nome. Ci potrà essere, al più, un’informazione, magari anche accurata. Ma comunicare è un’altra cosa. Il comunicare riguarda la comunità, l’essere in comunione. Comprensibile dunque l’attenzione dedicata dal cardinale Martini ai nuovi strumenti del comunicare e alle nuove frontiere. In lui non ci fu mai rifiuto preventivo. Prevalse sempre la fiducia. Come Pio XII, come Giovanni Paolo II, vedeva nei moderni mezzi di comunicazione autentici doni di Dio, messi a disposizione della libertà dell’uomo.

Non gli piaceva scagliare anatemi. Preferiva raccomandare la vigilanza e il senso di responsabilità. Della televisione, per esempio, non sopportava la naturale invadenza e la tendenza a ridurre la parola a un rumore di fondo, indistinto e senza significato. Però ne capiva l’importanza per la tempestività e per la capacità di entrare nelle case di tutti, indipendentemente dalla condizione sociale e dallo status culturale. Quando poi ci fu l’avvento dell’informatica accolse la novità con disponibilità e, ancora una volta, con fiducia. Vedeva bene i rischi, ma gli interessava di più mettere in luce le potenzialità positive. Vide nella rivoluzione del web il pericolo di una comunicazione ancora più spersonalizzata, ma mise l’accento soprattutto sulla possibilità di accrescere il tasso di fraternità attraverso la conoscenza reciproca.

Fino agli ultimi giorni usò il computer e la posta elettronica con riconoscenza, perché gli permettevano di restare in contatto con tante persone nonostante la perdita della voce. Sempre curioso e interessato a tutto, gli piaceva ricevere notizie e rispondeva sempre. Messaggi semplici, per forza di cose, ma mai banali. Ricordo che quando un mio servizio televisivo su di lui faticò non poco per andare in onda (perché il direttore del Tg1 di allora decretò che gli italiani non erano interessati alle vicende di un vecchio cardinale, e i vicedirettori si dissero d’accordo con lui), gli scrissi una mail per chiedergli scusa. Ero mortificato nei suoi confronti e sbigottito davanti a un tale miscuglio di ignoranza e arroganza da parte dei miei superiori. Lui mi rispose: “È un bene essere respinti”. Cinque parole che conservo gelosamente e che sono preziosissime nel mio lavoro.

Il Parkinson gli tolse la parola e lo limitò nei movimenti. Per battere sui tasti del computer o semplicemente per vergare la sua firma doveva fare una gran fatica, ma considerava quelle difficoltà una benedizione, perché lo obbligavano ad andare ancora di più al cuore della comunicazione, togliendo ogni orpello, ogni fronzolo inutile.

Anche Pietro e Paolo, come Gesù, sono stati uomini della comunicazione. E con le loro diversità, così marcate, ci dicono che il cristianesimo è religione plurale, che ama le differenze. Il cristiano non è mai per l’uniformità. La Parola è chiamata a incarnarsi ovunque, in contesti diversissimi. In quanto gesuita, Martini amava la complessità e stare sulla frontiera. Per questo capiva bene le difficoltà dei Papi e pregava per loro. Quando lo dipingevano come un anti-Papa sorrideva e diceva che lui, semmai, era un ante-Papa, uno che, da pastore in mezzo al popolo, percorreva in anticipo le strade che il Papa avrebbe dovuto a sua volta affrontare. Non dimentichiamo che, nonostante la malattia, negli ultimi mesi della sua vita terrena chiese di poter incontrare il suo coetaneo Benedetto XVI, prima a Roma e poi di nuovo a Milano. Per guardarsi negli occhi. Per comunicare davvero.

Aldo Maria Valli, Vaticanista del TG1

PORTA FIDEI LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI MOTU PROPRIO Di BENEDETTO XVI CON LA QUALE SI INDICE L’ANNO DELLA FEDE

venerdì, 28 settembre 2012

La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo (cfr Rm 6, 4), mediante il quale possiamo chiamare Dio con il nome di Padre, e si conclude con il passaggio attraverso la morte alla vita eterna, frutto della risurrezione del Signore Gesù che, con il dono dello Spirito Santo, ha voluto coinvolgere nella sua stessa gloria quanti credono in Lui (cfr Gv 17,22). Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore.

LETTERA APOSTOLICA Porta fidei

Instrumentum laboris del Sinodo dei Vescovi riguardo al tema della Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana

lunedì, 17 settembre 2012
eterovic

Mons. Nikola Eterovic

Se manca la testimonianza tutto può diventare superfluo, se non addirittura di ostacolo alla fede”. Con queste parole, lo scorso giugno, il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, monsignor Nikola Eterovic ha commentato la presentazione del dell’ Instrumentum laboris in occasione della XIII Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi riguardo al tema della Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, che si terrà dal 7 al 28 ottobre 2012. Monsignor Eterovic ha precisato che il documento è “il risultato delle risposte ai Lineamenta, documento di riflessione sul tema dell’Assemblea sinodale che, pubblicato il 2 febbraio 2011, festa della Presentazione del Signore, è stato inviato ai 13 Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, alle 114 Conferenze Episcopali, ai 26 Dicasteri della Curia Romana e all’Unione dei Superiori Generali”. Il documento, nella sua introduzione indica il tema del sinodo, le attese delle Chiese particolari, i punti di rapporto secondo le risposte dei Lineamenta. Sono citati il Catechismo della Chiesa Cattolica, varie encicliche ed esortazioni apostoliche degli ultimi cinquant’anni fino a giungere al motu proprio Porta Fidei, con cui Benedetto XVI ha indetto l’Anno della fede.

Monsignor Eterovic ha precisato che nel primo capitolo: “l’Instrumentum laboris ribadisce il nucleo centrale della fede cristiana, che non pochi cristiani ignorano. Al contempo, con tale attitudine si intende proporre il Vangelo di Gesù Cristo come Buona notizia anche per l’uomo contemporaneo”.

Nel secondo capitolo, ha incentrato la sua riflessione: “prevalentemente alla segnalazione delle sfide attuali all’evangelizzazione come pure alla descrizione della nuova evangelizzazione”.

Nel terzo capitolo, ha presentato: “La finalità della nuova evangelizzazione – in quanto – trasmissione della fede. La Chiesa trasmette la fede che essa stessa vive. Tutti i cristiani sono chiamati a dare il loro contributo”.

E nel quarto capitolo ha sottolineato che: “La trasmissione della fede nel contesto della nuova evangelizzazione ripropone gli strumenti maturati durante la sua Tradizione e, in particolare, il primo annuncio, l’iniziazione cristiana e l’educazione, cercando di adattarli alle attuali condizioni culturali e sociali”.

In conclusione, Eterovic ha precisato che: “la nuova evangelizzazione dovrebbe favorire un nuovo slancio apostolico, frutto di una nuova Pentecoste, rendendo più dinamica l’attività di ordinaria evangelizzazione della Chiesa, in grado di attrarre anche persone che se ne sono allontanate, e dando nuovo impulso all’annuncio del Vangelo ad gentes”.

Per leggere il documento completo:

http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_
20120619_instrumentum-xiii_it.html

IL TRIBUNALE DI AMBURGO RICONOSCE L’INGIURIA NEI CONFRONTI DEL PAPA. TITANIC, QUANDO LA SATIRA FERISCE LA PIETÀ

venerdì, 13 luglio 2012
Dispiace dirlo ai colleghi (colleghi?) di “Titanic”, ma questa volta non possono appellarsi al più
classico: “È la satira bellezza!”. La copertina e la controcopertina della fortunata rivista tedesca, di
satirico non hanno proprio nulla. Anzi. È stato scelto il più vieto dei cliché, quello sadico anale, degli
adulti rimasti bambini per sempre, per colpire un uomo vero. Un uomo coraggioso che porta il peso
dello scandalo più ignominioso (vedi la pedofilia fra il clero) con la dignità di chi sa di aver fatto la
propria parte per sanare ferite profondissime nel corpo vivo della Chiesa. Al confronto, il caso della
fuga di documenti riservati dall’appartamento papale e passati alla stampa per un uso improprio, caso
battezzato Vatileaks, impallidisce.
È giusto che il Vaticano abbia chiesto al tribunale di Amburgo, ottenendolo a norma di legge, lo stop
alla diffusione di una rivista riconosciuta “ingiuriosa” per l’uomo Ratzinger, prim’ancora che per il
Papa Benedetto XVI. Il limite del buon senso, prim’ancora di quello della decenza istituzionale è stato
ben superato. E siamo curiosi di sapere chi, in questo caso di impazzimento giornalistico, avrà il
coraggio di evocare lo spettro della censura.
Immaginiamo che alcuni siti italiani (uno di gossip su tutti) se la riderà e rilancerà anche le foto
(oggettivamente insultanti per chiunque). Mi permetterò di citare, a questo proposito, una scena
straziante a cui ho assistito in una strada di Roma: un signore anziano procedeva a piedi, cercando di
raggiungere frettolosamente la propria abitazione. Quell’uomo, dal volto smarrito e sgomento, aveva
tutto il pantalone bagnato della propria urina. Non sono riuscito a sorridere, anzi sono stato assalito da
una profonda tristezza per quel pover’uomo, certamente vittima della propria momentanea debolezza e
forse di una grave disfunzione. Vi assicuro che non c’era nulla di cui sorridere, anzi.
Vedete, è proprio questo che manca a certi signori della satira: la capacità di mettersi nei panni altrui, di
capire la sofferenza degli altri. Si chiama empatia. Ma cosa volete che gliene freghi a chi deve fare
rumore per vendere un prodotto?
Sembra davvero che la sola idea del limite faccia rabbrividire certi nostri contemporanei. Noi, invece,
rabbrividiamo dinanzi all’imbarbarimento dei rapporti umani e ripeteremo sino allo sfinimento che “la
pietà non è morta”.
Domenico Delle Foglie, presidente del Copercom
(Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione)

Dispiace dirlo ai colleghi (colleghi?) di “Titanic”, ma questa volta non possono appellarsi al più classico: “È la satira bellezza!”. La copertina e la controcopertina della fortunata rivista tedesca, di satirico non hanno proprio nulla. Anzi. È stato scelto il più vieto dei cliché, quello sadico anale, degli adulti rimasti bambini per sempre, per colpire un uomo vero. Un uomo coraggioso che porta il peso dello scandalo più ignominioso (vedi la pedofilia fra il clero) con la dignità di chi sa di aver fatto la propria parte per sanare ferite profondissime nel corpo vivo della Chiesa. Al confronto, il caso della fuga di documenti riservati dall’appartamento papale e passati alla stampa per un uso improprio, caso battezzato Vatileaks, impallidisce.

È giusto che il Vaticano abbia chiesto al tribunale di Amburgo, ottenendolo a norma di legge, lo stop alla diffusione di una rivista riconosciuta “ingiuriosa” per l’uomo Ratzinger, prim’ancora che per il Papa Benedetto XVI. Il limite del buon senso, prim’ancora di quello della decenza istituzionale è stato ben superato. E siamo curiosi di sapere chi, in questo caso di impazzimento giornalistico, avrà il coraggio di evocare lo spettro della censura.

Immaginiamo che alcuni siti italiani (uno di gossip su tutti) se la riderà e rilancerà anche le foto (oggettivamente insultanti per chiunque). Mi permetterò di citare, a questo proposito, una scena straziante a cui ho assistito in una strada di Roma: un signore anziano procedeva a piedi, cercando di raggiungere frettolosamente la propria abitazione. Quell’uomo, dal volto smarrito e sgomento, aveva tutto il pantalone bagnato della propria urina. Non sono riuscito a sorridere, anzi sono stato assalito da una profonda tristezza per quel pover’uomo, certamente vittima della propria momentanea debolezza e forse di una grave disfunzione. Vi assicuro che non c’era nulla di cui sorridere, anzi.

Vedete, è proprio questo che manca a certi signori della satira: la capacità di mettersi nei panni altrui, di capire la sofferenza degli altri. Si chiama empatia. Ma cosa volete che gliene freghi a chi deve fare rumore per vendere un prodotto? Sembra davvero che la sola idea del limite faccia rabbrividire certi nostri contemporanei. Noi, invece, rabbrividiamo dinanzi all’imbarbarimento dei rapporti umani e ripeteremo sino allo sfinimento che “la pietà non è morta”.

Domenico Delle Foglie, presidente del Copercom
(Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione)

«Caro diario…» di Manolo Pizzoli

mercoledì, 4 luglio 2012
C’era una volta il diario segreto, amico fedele
al quale confidare ansie, paure, speranze
e progetti. A molti di noi sarà capitato nella
propria vita, soprattutto nell’età adolescenziale,
di affidare a un foglio di carta il
racconto degli eventi della giornata appena
trascorsa e fatti assolutamente personali.
Proprio per l’intimità delle confidenze riportate,
il diario veniva segretamente custodito,
al riparo da occhi indiscreti.
Oggi quel diario si chiama “blog”, non è più
custodito gelosamente lontano dalla curiosità
dei familiari ma è in “rete”, accessibile a tutti
e, cosa rivoluzionaria, chiunque può leggere
e dare il proprio contributo a un determinato
contenuto. Il nostro diario online assume così
vita e instaura un dialogo con noi.
Possiamo affermare quindi che il blog, insieme
al resto del panorama dei moderni social
network, ha avviato una vasta trasformazione
culturale che sta cambiando non solo il
modo di comunicare ma la comunicazione
stessa. «Infatti, le nuove tecnologie digitali
stanno determinando cambiamenti fondamentali
nei modelli di comunicazione e nei
rapporti umani» (Benedetto XVI, Messaggio
per la 43a Giornata mondiale delle comunicazioni
sociali).
Diamo ora, in sintesi, alcune nozioni sul
blog, per capire come funziona e quale può
essere il suo impiego e la sua utilità nell’azione
evangelizzatrice della Chiesa affidata a
ciascuno di noi.
Definire che cosa sia un blog è sostanzialmente
complesso in quanto il termine stesso
di per sé non ha alcun significato letterale.
Esso è il risultato della contrazione di 2 parole
inglesi: web e log. Web significa “ragnatela”
e indica la Rete, log è invece il “diario”
o anche il “giornale di bordo”. Blog starebbe
quindi, come accennato in precedenza, per
“diario in rete”.
Il fenomeno del blog prende piede in America
a partire dal 1997. Il primo blog è stato
infatti pubblicato il 23 dicembre di quell’anno,
quando Jorn Barger, un commerciante
americano appassionato di caccia, decise di
raccontare e condividere sul web i risultati del
proprio hobby.
I tratti strutturali comuni ai blog riguardano
principalmente il fatto che si tratta di spazi
virtuali gestiti in autonomia con contenuti
di qualunque tipo che vengono presentati
in ordine cronologico, dal più recente al più
datato, e conservati in archivi sempre consultabili.
Tali archivi possono essere ordinati
per settimane, mesi o per anni e, per
agevolare la ricerca di contenuti pubblicati,
spesso sono anche suddivisi in“categorie”
dove è possibile rintracciare gli argomenti
chiave dei testi.
Altra caratteristica è che spesso i sistemi di
pubblicazione consentono l’inserimento all’interno
dei testi materiali di vario genere:
file pdf, immagini, video e file audio.
Molti blog offrono la possibilità di commentare
i post, per cui l’autore può ricevere dalla
rete feedback sui contenuti scritti. Qui è bene
Il nostro socio Manolo Pizzoli di Cisterna di Latina

Il nostro socio Manolo Pizzoli di Cisterna di Latina

C’era una volta il diario segreto, amico fedele al quale confidare ansie, paure, speranze e progetti. A molti di noi sarà capitato nella propria vita, soprattutto nell’età adolescenziale, di affidare a un foglio di carta il racconto degli eventi della giornata appena trascorsa e fatti assolutamente personali. Proprio per l’intimità delle confidenze riportate, il diario veniva segretamente custodito, al riparo da occhi indiscreti.

Oggi quel diario si chiama “blog”, non è più custodito gelosamente lontano dalla curiosità dei familiari ma è in “rete”, accessibile a tutti e, cosa rivoluzionaria, chiunque può leggere e dare il proprio contributo a un determinato contenuto. Il nostro diario online assume così vita e instaura un dialogo con noi.

Possiamo affermare quindi che il blog, insieme al resto del panorama dei moderni social network, ha avviato una vasta trasformazione culturale che sta cambiando non solo il modo di comunicare ma la comunicazione stessa. «Infatti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani» (Benedetto XVI, Messaggio per la 43a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali).

Diamo ora, in sintesi, alcune nozioni sul blog, per capire come funziona e quale può essere il suo impiego e la sua utilità nell’azione evangelizzatrice della Chiesa affidata a ciascuno di noi. Definire che cosa sia un blog è sostanzialmente complesso in quanto il termine stesso di per sé non ha alcun significato letterale.

Esso è il risultato della contrazione di 2 parole inglesi: web e log. Web significa “ragnatela” e indica la Rete, log è invece il “diario” o anche il “giornale di bordo”. Blog starebbe quindi, come accennato in precedenza, per “diario in rete”. Il fenomeno del blog prende piede in America a partire dal 1997. Il primo blog è stato infatti pubblicato il 23 dicembre di quell’anno, quando Jorn Barger, un commerciante americano appassionato di caccia, decise di raccontare e condividere sul web i risultati del proprio hobby.

I tratti strutturali comuni ai blog riguardano principalmente il fatto che si tratta di spazi virtuali gestiti in autonomia con contenuti di qualunque tipo che vengono presentati in ordine cronologico, dal più recente al più datato, e conservati in archivi sempre consultabili.

Tali archivi possono essere ordinati per settimane, mesi o per anni e, per agevolare la ricerca di contenuti pubblicati, spesso sono anche suddivisi in“categorie” dove è possibile rintracciare gli argomenti chiave dei testi.

Altra caratteristica è che spesso i sistemi di pubblicazione consentono l’inserimento all’interno dei testi materiali di vario genere: file pdf, immagini, video e file audio.

Molti blog offrono la possibilità di commentare i post, per cui l’autore può ricevere dalla rete feedback sui contenuti scritti. Qui è bene evidenziare la differenza che intercorre tra lo stile di interazione e comunicazione proprio dei blog e quello dei più noti Social network.

I social network come Facebook (per citare uno tra i più conosciuti ed utilizzati) hanno la caratteristica dell’immediatezza dell’interazione e la possibilità di scambiare o “postare” status o notizie sulla propria bacheca. Le informazioni che è possibile inserire sono affidate a brevi frasi accompagnate spesso da link, video o immagini.

Il linguaggio è molto colloquiale e i contenuti generalmente sono attinenti al mondo dello svago o comunque dell’informazione spicciola.

Il blog si caratterizza per una maggiore strutturazione dei contenuti inseriti, per la tipologia di argomenti trattati, per un linguaggio generalmente più articolato e revisionato. Fin qui dunque le caratteristiche proprie di un blog: condivisione di esperienze, possibilità di intervenire online, modalità di comunicazione e linguaggio innovativi. Domandiamoci ora con Benedetto XVI: «Esiste uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale?» (Messaggio per la 43a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2009), e io aggiungerei, attraverso l’utilizzo dei blog? Certamente sì e molti sono gli esempi in rete che è possibile trovare: in questi ambienti virtuali il cristiano deve continuare a essere tale e dare la propria testimonianza con coerenza, nella gestione del proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, di scegliere, di fornire giudizi che siano profondamente in linea con il messaggio del Vangelo.

Anche se nulla potrà sostituire quanto di unico e profondo ci fa vivere l’esperienza liturgica e sacramentale nella nostra esperienza di Dio, le nuove modalità di comunicazione come i blog possono offrire un «supplemento e un sostegno unici sia nel preparare all’incontro con Cristo nella comunità, sia nel sostenere i nuovi credenti nel cammino di fede che iniziano» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la 36a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2002).

Al termine di queste brevi note sulla realtà del blog, sul valore che tale forma di comunicazione assume nell’attuale contesto culturale e su quali potenzialità può avere nell’azione evangelizzatrice della Chiesa, un’ultima riflessione è da riservarsi alle reali prospettive che il blog può avere, considerato il costante incremento dei canali new media e dei social network.È possibile affermare che il blog seguirà un inevitabile trasformazione tecnologica, di software e di modalità di interazione. Tutto questo non metterà però in discussione la sostanza e gli obiettivi dello strumento: essere un diario online, un’attività di personal publishing che continuerà a narrare la realtà in maniera semplice, immediata e interattiva.

Possiamo inoltre affermare che i blog sono in grado di aiutare a ristabilire quell’equilibrio del complesso sistema mediatico, valorizzando l’integrazione tra i tradizionali broadcast media (che si limitano a trasmettere la notizia, “sic et simpliciter”) con l’insieme dei media di rete che valorizzano invece la comunicazione relazionale tra gli appartenenti a gruppi o reti di persone.

Tutti i maggiori esperti del settore sostengono infatti che, con l’introduzione dei new media interattivi, non si è posta la parola “FINE” sul ruolo e valore dei media tradizionali, ma che invece i media tradizionali (in primis giornali e TV) potranno trarre giovamento da questa sfida-confronto con i più moderni media. Per fare questo sarà necessario porre in primo piano l’incremento della qualità e credibilità dei mezzi tradizionali come fonti di trasmissione delle informazioni per assolvere al meglio quel servizio pubblico, cuore della loro missione.

In questo panorama il blog potrà porsi come luogo di incontro tra modernità che avanza e forme narrative della realtà tradizionali, dove il punto di forza è da individuare nel rapporto di fiducia tra le persone in rete rafforzato dalla condivisione delle informazioni.E, come già affermato, l’annuncio del Vangelo non potrà prescindere dai nuovi luoghi della comunicazione (blog, social network e altri canali web 2.0) quali moderne agorà per rendere Dio sempre più vicino e presente anche al popolo degli “internauti”.