Archivio di maggio 2012

Cittadini digitali e più democratici

venerdì, 25 maggio 2012
La “cittadinanza digitale” è “da salutare come un fatto positivo. La Rete sta diventando sempre più strumento di
partecipazione”. Non è più vista “solo come dimensione ludica, ma corre in parallelo con il processo democratico”. Lo ha
detto Elisa Manna, responsabile del Settore politiche culturali del Censis, intervenendo ieri sera alla diretta web del
laboratorio online “animatori cultura e comunicazione” del Copercom, sul tema “Media e minori: come sarà il cittadino
digitale?”.
Secondo Manna il “cittadino digitale” avrà “un peso enorme nella politica del futuro”. I diritti di cittadinanza vengono
percepiti “come accesso alla democrazia”. I “diritti umani, ad esempio, potranno essere diffusi con più efficacia attraverso
la Rete. E affermarsi anche nei paesi che attualmente non ne godono”. Inoltre, “si parla di avere una nuova generazione
di politici, in particolare di cattolici impegnati in politica”. Ora, la “cittadinanza digitale” potrebbe essere “un valido
supporto”, purché ci si tenga lontani dalle “vecchie logiche della cooptazione”. Il linguaggio digitale potrebbe “aiutare ad
avviare una nuova stagione politica. E chi altri se non i giovani sono i più adatti al cambiamento?”.
Oggi sperimentiamo “una dimensione in cui la nostra identità può dispiegarsi al meglio”, ma “dobbiamo stare attenti a
non essere risucchiati da Internet”. “Un giovane che vive in una piccola realtà”, e sente che gli va “stretta”, ha spiegato la
sociologa, ha “occasioni e strumenti per cambiarla”. Fuggirla rifugiandosi in un mondo fittizio significherebbe “perdersi
nei meandri della Rete”. Non viverla. È un comodo rifugio, ma pericoloso. Il consiglio è di essere presenti, di impegnarsi.
“Abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni una lunga stagione di individualismo, di soggettivismo”, ha ricordato Manna.
Frutto di “un mercato sregolato”. Ma c’è “una reazione a questa stagione di chiusura in se stessi. I giovani hanno voglia
di reagire, aprirsi e partecipare. Pensiamo al ricordo di Falcone e Borsellino di questi giorni. La nostra epoca ha un
disperato bisogno di ‘eroi’, di esempi positivi”. Ma mancano “le leadership culturali e politiche”. Così non sorprende
“l’involuzione della società italiana, accompagnata” in questo declino “dalla classe dirigente”.
Nella “sconfinata prateria di Internet” un educatore ha “una delle sue funzioni più importanti”. Scorrazzarvi suscita “una
sensazione di libertà e di potenza”. Va però educata. La Rete, ha osservato la studiosa del Censis, “non va demonizzata.
Non bisogna darne un’immagine negativa”. Ma “un’allerta è necessaria”. Molte “indagini italiane ed europee” rilevano,
infatti, che “i genitori sanno poco o nulla del tempo trascorso dai figli davanti al pc. Inviti sessuali e appuntamenti dati al
buio nella realtà sono frequenti”. Nei social network, ha spiegato, “non c’è compresenza fisica: sguardi gesti e parole
mancano”.
Altro “aspetto preoccupante è la pornografia. Rispetto a vent’anni fa si è evoluta in peggio. È una pornografia sadica,
violentissima. I ragazzi ne sottovalutano i pericoli e le conseguenze”.
Insomma, è arduo il compito degli educatori. Occorre “trasmettere un concetto di rispetto dell’altro, ma anche delle
diversità”. Le tecnologie e la globalizzazione “ci portano a convivere con chi è diverso da noi. Anche se non ne capiamo
usi e costumi”. Le identità diverse sono una ricchezza. E la “conoscenza aiuta l’integrazione”.
Con i nuovi media la Chiesa, ha aggiunto la sociologa, “ha oggi una maggiore attenzione al mondo giovanile”. La
“narrazione del messaggio cristiano se ne avvantaggia”. Così si riesce “a coglierne la parte fondativa e più importante”.
La Rete, ha ammonito Manna, “non può essere un mezzo per suscitare la dimensione critica nei ragazzi. Dobbiamo”,
invece, “aiutarli a porsi delle domande”. L’ignoranza è dietro l’angolo per il “cittadino digitale”, in particolare per i giovani.
“Come si fa a prescindere dalla grande letteratura russa e francese dell’Ottocento? Come possiamo pensare che
Internet sia sufficiente per la loro formazione?”. Per Manna “la lettura e la cultura del libro sono insostituibili. Prendiamo
la filosofia: come capirla solo studiandola in Rete? Ci vogliono testi e insegnanti. La grande letteratura aiuta molto. Gli
educatori non devono cedere su questo punto. Il libro resta fondamentale nell’educazione”.
Purtroppo, ha concluso, “i modelli televisivi non aiutano. Sono ormai deteriori ed estremamente negativi”, perché “danno
un’idea sbagliata della vita, senza spessore e profondità. È tutto basato su estetica perfezione e narcisismo”.

La “cittadinanza digitale” è “da salutare come un fatto positivo. La Rete sta diventando sempre più strumento di partecipazione”. Non è più vista “solo come dimensione ludica, ma corre in parallelo con il processo democratico”. Lo ha detto Elisa Manna, responsabile del Settore politiche culturali del Censis, intervenendo ieri sera alla diretta web del laboratorio online “animatori cultura e comunicazione” del Copercom, sul tema “Media e minori: come sarà il cittadino digitale?”.

Secondo Manna il “cittadino digitale” avrà “un peso enorme nella politica del futuro”. I diritti di cittadinanza vengono percepiti “come accesso alla democrazia”. I “diritti umani, ad esempio, potranno essere diffusi con più efficacia attraverso la Rete. E affermarsi anche nei paesi che attualmente non ne godono”. Inoltre, “si parla di avere una nuova generazione di politici, in particolare di cattolici impegnati in politica”. Ora, la “cittadinanza digitale” potrebbe essere “un valido supporto”, purché ci si tenga lontani dalle “vecchie logiche della cooptazione”. Il linguaggio digitale potrebbe “aiutare ad avviare una nuova stagione politica. E chi altri se non i giovani sono i più adatti al cambiamento?”.

Oggi sperimentiamo “una dimensione in cui la nostra identità può dispiegarsi al meglio”, ma “dobbiamo stare attenti a non essere risucchiati da Internet”. “Un giovane che vive in una piccola realtà”, e sente che gli va “stretta”, ha spiegato la sociologa, ha “occasioni e strumenti per cambiarla”. Fuggirla rifugiandosi in un mondo fittizio significherebbe “perdersi nei meandri della Rete”. Non viverla. È un comodo rifugio, ma pericoloso. Il consiglio è di essere presenti, di impegnarsi.

“Abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni una lunga stagione di individualismo, di soggettivismo”, ha ricordato Manna. Frutto di “un mercato sregolato”. Ma c’è “una reazione a questa stagione di chiusura in se stessi. I giovani hanno voglia di reagire, aprirsi e partecipare. Pensiamo al ricordo di Falcone e Borsellino di questi giorni. La nostra epoca ha un disperato bisogno di ‘eroi’, di esempi positivi”. Ma mancano “le leadership culturali e politiche”. Così non sorprende “l’involuzione della società italiana, accompagnata” in questo declino “dalla classe dirigente”.

Nella “sconfinata prateria di Internet” un educatore ha “una delle sue funzioni più importanti”. Scorrazzarvi suscita “una sensazione di libertà e di potenza”. Va però educata. La Rete, ha osservato la studiosa del Censis, “non va demonizzata.

Non bisogna darne un’immagine negativa”. Ma “un’allerta è necessaria”. Molte “indagini italiane ed europee” rilevano, infatti, che “i genitori sanno poco o nulla del tempo trascorso dai figli davanti al pc. Inviti sessuali e appuntamenti dati al buio nella realtà sono frequenti”. Nei social network, ha spiegato, “non c’è compresenza fisica: sguardi gesti e parole mancano”.

Altro “aspetto preoccupante è la pornografia. Rispetto a vent’anni fa si è evoluta in peggio. È una pornografia sadica, violentissima. I ragazzi ne sottovalutano i pericoli e le conseguenze”.

Insomma, è arduo il compito degli educatori. Occorre “trasmettere un concetto di rispetto dell’altro, ma anche delle diversità”. Le tecnologie e la globalizzazione “ci portano a convivere con chi è diverso da noi. Anche se non ne capiamo usi e costumi”. Le identità diverse sono una ricchezza. E la “conoscenza aiuta l’integrazione”.

Con i nuovi media la Chiesa, ha aggiunto la sociologa, “ha oggi una maggiore attenzione al mondo giovanile”. La “narrazione del messaggio cristiano se ne avvantaggia”. Così si riesce “a coglierne la parte fondativa e più importante”.

La Rete, ha ammonito Manna, “non può essere un mezzo per suscitare la dimensione critica nei ragazzi. Dobbiamo”, invece, “aiutarli a porsi delle domande”. L’ignoranza è dietro l’angolo per il “cittadino digitale”, in particolare per i giovani.

“Come si fa a prescindere dalla grande letteratura russa e francese dell’Ottocento? Come possiamo pensare che Internet sia sufficiente per la loro formazione?”. Per Manna “la lettura e la cultura del libro sono insostituibili. Prendiamo la filosofia: come capirla solo studiandola in Rete? Ci vogliono testi e insegnanti. La grande letteratura aiuta molto. Gli educatori non devono cedere su questo punto. Il libro resta fondamentale nell’educazione”.

Purtroppo, ha concluso, “i modelli televisivi non aiutano. Sono ormai deteriori ed estremamente negativi”, perché “danno un’idea sbagliata della vita, senza spessore e profondità. È tutto basato su estetica perfezione e narcisismo”.

Boss senza Dio. Intervista di Fernanda Di Monte

venerdì, 25 maggio 2012

Incontriamo Giusto Sciacchitano, sostituto procuratore nazionale antimafia, a Palermo. Parlare di legalità, di cultura, di Sicilia, ci permette di entrare subito in sintonia. Classe 1940, palermitano, si racconta con semplicità: gli anni in seminario prima a Palermo e poi a Roma; gli studi filosofici alla Pontificia Università Lateranense, la laurea in giurisprudenza. L’entrata in Magistratura nel 1969, il lavoro in Procura a Palermo dal 1972 al 1993, «il lavoro», ci tiene a dire, «con Giovanni Falcone, prima della nascita del pool» e, dopo le stragi, da diciotto anni, a Roma, prima al ministero degli Esteri e a tutt’oggi, il delicato impegno come sostituto procuratore.

Dove si trovava il giorno

della strage di Falcone?

«Vent’anni sono un arco di tempo lunghissimo e brevissimo, secondo cosa si può ricordare o cosa ti rimane impresso nell’animo. Quel giorno ero tornato a casa dall’ufficio e mi colpì l’ululato continuo di sirene; subito dopo una telefonata della Questura e una macchina mi venne a prelevare. Più tardi mi trovai con Paolo Borselllino, da soli, davanti alla salma di Giovanni Falcone in un silenzio profondo e lunghissimo, ed ebbi poi la sensazione che in quei momenti Paolo si sentisse investito di una responsabilità ancora più grande di quella che aveva vissuto fin allora. A tarda sera arrivarono il ministro della Giustizia e il ministro dell’Interno; il momento politico era molto teso e denso di preoccupazioni e nell’incontro, cui partecipai con pochi colleghi, mi sembrò che il governo intero non sapesse bene come affrontare la situazione che emergeva da quella strage».

E il 19 luglio, per quella di

Borsellino?

«Mi trovavo a Washington per un processo contro la mafia siciliana che aveva importato attraverso gli Stati Uniti, 600 chili di cocaina in Sicilia. All’udienza, commemorando Paolo, ricordai la famosa frase del presidente Kennedy: “Non chiedete quello che l’America può fare per voi, ma quello che voi potete fare per l’America”, e conclusi che

Borsellino aveva speso la sua vita dimostrando quello che si può fare per il proprio Paese».

Quale è stato l’inizio del suo lavoro

con Falcone?

«Ho avuto la fortuna di iniziare con lui (io pm e lui giudice istruttore), nel 1980, i primi tre processi che avrebbero segnato il metodo nuovo delle indagini contro la mafia, e con il quale si può dire che è nato “il giudice Falcone”, intendendo dire che Giovanni Falcone cominciò allora ad avere risonanza internazionale».

Quale era questo “metodo

Falcone”?

«In poche parole era costituito da tre cardini: Il primo era la sua intuizione della unicità della mafia; il secondo è stato quello di sviluppare le indagini bancarie e patrimoniali unitamente a quelle più propriamente penali; il terzo la necessità della collaborazione giudiziaria internazionale. Oggi questi tre cardini possono sembrare una ovvietà, ma così non era negli anni ’80. Mettendo insieme tutti gli elementi, le indagini fecero un salto di qualità che, negli anni successivi, consentirono di avere una conoscenza approfondita della struttura della mafia e di fare condannare capi e gregari di Cosa nostra».

Ripensando alle stragi del ’92 quali

sono i suoi sentimenti?

«La storia del cristianesimo dice che il sangue dei martiri è seme di nuove testimonianze di fede. Da quelle stragi, come da una sorgente vitale, sono sorti e vengono incrementati numerosi rivoli che ancora oggi portano linfa al terreno di coltura di tutte le iniziative antimafia: una società civile più attenta a rifiutare ogni collegamento mafioso, una più efficace legislazione per affrontare, sotto tutti gli aspetti (economici, sociali, culturali), il fenomeno criminalità organizzata. È maturata così, nella società e anche nella Chiesa, una mentalità di rifiuto alla mafia».

Perché dice anche nella Chiesa?

«Perché i mafiosi si sono sempre accreditati come buoni cristiani: si pensi che il loro giuramento si fa su santini o addirittura sul Vangelo; ma quel giuramento li lega ad azioni di morte, e non di spiritualità. Sono note le processioni che si fermano davanti alla casa di un boss, o addirittura le riunioni mafiose all’ombra di un santuario in Calabria. Troppo spesso davanti a queste mistificazioni, gli uomini di Chiesa sono rimasti silenti. Poi è venuto il grido forte e profetico di Giovanni Paolo II ad Agrigento che quasi imponeva ai mafiosi di convertirsi. Oggi, finalmente, anche la Chiesa non assiste passivamente a queste forme di falsa cristianità».

Lei ha partecipato a marzo al

“Cortile dei Gentili” tenutosi a

Palermo…

«Il cardinale Ravasi in quei giorni ha colto perfettamente che la mafia è l’antitesi di ogni spiritualità e di ogni cultura, e la Chiesa, sull’esempio di padre Puglisi, può svolgere un ruolo determinante per sviluppare etica e legalità. La mafia è essenzialmente incultura e quindi si deve combattere soprattutto con la cultura».

Festival della Comunicazione. Iniziativa a Roma

mercoledì, 16 maggio 2012

settimana comunicazione. iniziativa a Roma

A 20 anni dalla strage di Capaci parla Maria Falcone, sorella del giudice ucciso. Intervista di Fernanda di Monte

martedì, 15 maggio 2012
L’appuntamento è alle 11, presso la Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”,
in via Serra di falco, a Palermo. La sede è una villetta, in mezzo a dei palazzoni,
confiscata alla mafia. Sì, alla mafia! Siamo arrivati in anticipo, le segretarie sono
impegnatissime, squilla più volte il telefono, fervono i preparativi per il ventesimo
anno della strage di Capaci. Arrivano prenotazioni per la manifestazione del 23
maggio, presso l’Aula Bunker, dove si svolse il maxiprocesso nel lontano 1986. Con
le tre «Navi della legalità», centinaia, migliaia di giovani arriveranno a Palermo da
tutta Italia, per esprimere con la loro presenza, non solo il ricordo dei “martiri per
la giustizia”, come gli amici Falcone e Borsellino e gli uomini e donne delle loro
scorte, ma anche l’impegno per una società nuova, che rigetta tutti i non-valori della
mafia. In questo via vai ci riceve nel suo studio, Maria, una delle sorelle di Giovanni
Falcone.
La prima domanda è d’obbligo: a distanza di vent’anni dalla strage di Capaci, è
cambiato qualcosa?
«Mi permetta, prima risponderle, di dirle perché ho iniziato questa attività. Avrei
potuto starmene a casa a piangere accettando la morte di Giovanni grazie alla fede,
ma c’è stato un momento (subito dopo la morte di Paolo Borsellino, che avevo
incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla continuerò io il
lavoro di Giovanni”), un momento in cui la disperazione ha preso il sopravvento e
pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso Capponnetto aveva detto. Ma l’aver
vissuto per tanto tempo vicino a Giovanni, avere condiviso il suo lavoro… E l’aver
intravisto, come Giovanni aveva intuito, che la sconfitta della mafia non era più una
cosa impossibile… Insomma, non potevo rinunciare a combattere».
Il giudice Falcone aveva compreso che per sconfiggere Cosa Nostra non
bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla
magistratura.
«Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Cioè
bisognava creare una società che rigettasse tutti i disvalori della mafiosità, soprattutto
l’indifferenza, l’omertà, perché bisogna capire che queste mafie non sono normali
organizzazioni che delinquono solo per far soldi. Certo, anche questo. Ma per arrivare
a quel fine Cosa Nostra si infiltra nel tessuto sociale e attacca i gangli vitali di un
Paese. È la mafia che corrompe il magistrato, l’uomo delle forze dell’ordine, il
politico soprattutto, e qualsiasi uomo delle istituzioni che possa essere d’intralcio alla
sua attività. Purtroppo il legame con la politica, ancora oggi, è faticoso da tranciare».
Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle
scuole e nelle università per coinvolgere tutta la società?
«Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per
far capire quanto sia importante il ruolo della società: quando Buscetta iniziò a
collaborare e a raccontare tutto, più volte disse a mio fratello: “Dottor Falcone, il
suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”, ma mio fratello non si lasciava
intimorire da quelle parole e rispondeva: “Non si preoccupi, dopo di me altri uomini
continueranno il mio lavoro. Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece
pochissime volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista
gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa
città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, come le loro tensioni morali
e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Ed ecco che mi sono
ritrovata sulla sua strada: dovevo dare ai giovani una cultura che rigettasse quel
terreno di base dove la mafia può proliferare e crescere».
Negli anni, tante scuole l’hanno chiamata a parlare e non riesce ad andare in
tutte…
«Molte cose sono cambiate sia in Sicilia che nel resto d’Italia, basti pensare
ai “ragazzi di addio pizzo”. Molto c’è ancora da fare e non bisogna abbassare
la guardia. I quartieri limite di Palermo non sono cambiati e per questo stiamo
incentivando il nostro impegno. Nelle scuole c’è un attenzione superiore a quella
degli inizi. Allora era cronaca, ora è storia».
C’è un lato più nascosto, privato di Giovanni che vuole ricordare?
«Rammento l’uomo, che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri
più importanti del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro
non l’ha fatto per se stesso, ma per la comunità, per le nuove generazioni. Anche se si
era un poco allontanato dalla fede, non aveva mai tolto la croce dal collo, e tra le sue
cose ho ritrovato la fascia della cresima».
Per offrire uno strumento di riflessione ai ragazzi lei ha appena scritto, assieme
alla giornalista Francesca Barra, il libro “Giovanni Falcone.
Un eroe solo” (Rizzoli)…
«Vent’anni dopo le stragi del ’92 i giovani che ancora sfileranno per le strade di
Palermo il 23 maggio prossimo sono la più bella vittoria della società».

L’appuntamento è alle 11, presso la Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”, in via Serra di falco, a Palermo. La sede è una villetta, in mezzo a dei palazzoni, confiscata alla mafia. Sì, alla mafia! Siamo arrivati in anticipo, le segretarie sono impegnatissime, squilla più volte il telefono, fervono i preparativi per il ventesimo anno della strage di Capaci. Arrivano prenotazioni per la manifestazione del 23 maggio, presso l’Aula Bunker, dove si svolse il maxiprocesso nel lontano 1986. Con le tre «Navi della legalità», centinaia, migliaia di giovani arriveranno a Palermo da tutta Italia, per esprimere con la loro presenza, non solo il ricordo dei “martiri per la giustizia”, come gli amici Falcone e Borsellino e gli uomini e donne delle loro scorte, ma anche l’impegno per una società nuova, che rigetta tutti i non-valori della mafia. In questo via vai ci riceve nel suo studio, Maria, una delle sorelle di Giovanni Falcone.

La prima domanda è d’obbligo: a distanza di vent’anni dalla strage di Capaci, è cambiato qualcosa?

«Mi permetta, prima risponderle, di dirle perché ho iniziato questa attività. Avrei potuto starmene a casa a piangere accettando la morte di Giovanni grazie alla fede, ma c’è stato un momento (subito dopo la morte di Paolo Borsellino, che avevo incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla continuerò io il lavoro di Giovanni”), un momento in cui la disperazione ha preso il sopravvento e pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso Capponnetto aveva detto. Ma l’aver vissuto per tanto tempo vicino a Giovanni, avere condiviso il suo lavoro… E l’aver intravisto, come Giovanni aveva intuito, che la sconfitta della mafia non era più una cosa impossibile… Insomma, non potevo rinunciare a combattere».

Il giudice Falcone aveva compreso che per sconfiggere Cosa Nostra non bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla magistratura.

«Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Cioè bisognava creare una società che rigettasse tutti i disvalori della mafiosità, soprattutto l’indifferenza, l’omertà, perché bisogna capire che queste mafie non sono normali organizzazioni che delinquono solo per far soldi. Certo, anche questo. Ma per arrivare a quel fine Cosa Nostra si infiltra nel tessuto sociale e attacca i gangli vitali di un Paese. È la mafia che corrompe il magistrato, l’uomo delle forze dell’ordine, il politico soprattutto, e qualsiasi uomo delle istituzioni che possa essere d’intralcio alla sua attività. Purtroppo il legame con la politica, ancora oggi, è faticoso da tranciare».

Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle scuole e nelle università per coinvolgere tutta la società?

«Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per far capire quanto sia importante il ruolo della società: quando Buscetta iniziò a collaborare e a raccontare tutto, più volte disse a mio fratello: “Dottor Falcone, il suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”, ma mio fratello non si lasciava intimorire da quelle parole e rispondeva: “Non si preoccupi, dopo di me altri uomini continueranno il mio lavoro. Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece pochissime volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, come le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Ed ecco che mi sono ritrovata sulla sua strada: dovevo dare ai giovani una cultura che rigettasse quel terreno di base dove la mafia può proliferare e crescere».

Negli anni, tante scuole l’hanno chiamata a parlare e non riesce ad andare in tutte…

«Molte cose sono cambiate sia in Sicilia che nel resto d’Italia, basti pensare ai “ragazzi di addio pizzo”. Molto c’è ancora da fare e non bisogna abbassare la guardia. I quartieri limite di Palermo non sono cambiati e per questo stiamo incentivando il nostro impegno. Nelle scuole c’è un attenzione superiore a quella degli inizi. Allora era cronaca, ora è storia».

C’è un lato più nascosto, privato di Giovanni che vuole ricordare?

«Rammento l’uomo, che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri più importanti del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro non l’ha fatto per se stesso, ma per la comunità, per le nuove generazioni. Anche se si era un poco allontanato dalla fede, non aveva mai tolto la croce dal collo, e tra le sue cose ho ritrovato la fascia della cresima». Per offrire uno strumento di riflessione ai ragazzi lei ha appena scritto, assieme alla giornalista Francesca Barra, il libro “Giovanni Falcone. Un eroe solo” (Rizzoli)…

«Vent’anni dopo le stragi del ’92 i giovani che ancora sfileranno per le strade di Palermo il 23 maggio prossimo sono la più bella vittoria della società».

La scuola di Falcone fa lezione ai giovani. A vent’anni dall’assassinio, un cortometraggio ambientato nel Convitto frequentato dal giudice siciliano. Parla il regista Scimeca

martedì, 15 maggio 2012
Ci sono in tutta Italia e anche all’estero scuole, istituti, oratori, statue dedicate al
giudice Falcone, ma il convitto nazionale «Giovanni Falcone» di Palermo lo è in
maniera peculiare perché proprio qui, in questo istituto, il magistrato ha frequentato
le elementari. Le sue pagelle, ritrovate nel 1998 negli archivi polverosi dalla
studentessa Valeria Giarusso, oggi giornalista, evidenziano la sua passione per lo
studio. Il Convitto, assieme alla Fondazione Falcone, in occasione del XX
anniversario della strage di Capaci ha deciso di realizzare un cortometraggio di 30
minuti: «Convitto Falcone. La mia partita», tratto da un racconto di Giuseppe Cadili,
giornalista ed educatore dello stesso istituto «In questa storia – afferma l’autore – ho
voluto focalizzare l’attenzione su alcuni valori importanti come la famiglia, la scuola,
l’istruzione e i modelli veri da prendere come esempio: Falcone, Borsellino e tutte le
vittime della mafia che hanno dato la vita per affermare la legalità. Ai ragazzi dico
sempre: fate il vostro dovere. Basta mettere in pratica questa piccola regola per
potere sperare in un’Italia migliore e sconfiggere la mafia». Pasquale Scimeca,
siciliano di Alimusa, piccolo centro della provincia di Palermo, ha accettato con
entusiasmo di dirigere il film, utile nel perpetuare non solo il ricordo ma anche
l’insegnamento del giudice assassinato, come amava dire lo stesso Falcone
rivolgendosi ai giovani: «Le nostre idee continueranno a camminare sulle vostre
gambe». La sceneggiatura è dello stesso regista e di Francesco La Licata, scrittore,
giornalista e amico del giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, autore della
biografia Storia di Giovanni Falcone. La vicenda è ambientata ai nostri giorni, è «un
racconto che vede protagonisti dei ragazzi che si trovano a confrontarsi con il senso
della giustizia, anche attraverso gesti piccoli e quotidiani». Antonio, il protagonista, è
un adolescente che, grazie a una borsa di studio, entra nel convitto dove studiò
Falcone. Il luogo, il ricordo del magistrato e gli insegnamenti del suo educatore lo
spingeranno a riflettere sui temi della legalità e della giustizia. «È un messaggio
attuale, visto quello che succede oggi nel mondo del calcio – dice ancora Scimeca –;
vorrebbe dire ai ragazzi che nella vita le scorciatoie non funzionano». Il cast vede
attori che hanno già lavorato con Scimeca: David Coco, Marcello Mazzarella,
Donatella Finocchiaro, Guja Jelo, Pietro D’Agostino, Enrico Lo Verso e Filippo
Luna. Donatella Finocchiaro, nel ruolo della madre del protagonista, dice: «Il valore
simbolico di quest’opera per me è molto forte, mi aspetto che sia una maniera per
raccontare ai bambini le figure di eroi dei nostri tempi». Occorre non dimenticare,
sottolinea David Coco, che aggiunge: «Falcone e Borsellino sono persone che hanno
rifiutato di adeguarsi al contesto». Il padre del piccolo protagonista è interpretato da
Enrico Lo Verso, mentre Filippo Luna è il portiere della scuola. Le musiche sono di
Franco Battiato e il film sarà proiettato il 23 maggio alla presenza del capo dello
Stato, e poi presentato al Festival del Cinema di Venezia. Dice ancora il
regista: «Anche questo film è rivolto principalmente ai giovani, a quei ragazzi che nel
1992 non erano ancora nati, nella speranza che le idee e l’esempio di Giovanni
Falcone, di Paolo Borsellino e di tutti quelli che hanno sacrificato le loro vite nella
lotta alla mafia, possano soffiare come il vento e svegliare le nostre coscienze».
Ripercorrendo il suo iter formativo, Scimeca ritorna alle origini contadine, agli
insegnamenti di suo nonno nel riconoscere i tempi della natura, la sua bellezza e
l’importanza di rispettarla: «L’istruzione è fondamentale e nel mondo non tutti i
bambini hanno questa fortuna, anzi molti sono costretti sin da piccoli ad andare a
lavorare». Racconta con emozione il suo desiderio di diventare missionario «per
aiutare chi si trova in difficoltà». Poi la laurea in lettere a Firenze, alcuni anni di
insegnamento e l’approdo al cinema nel 1989, sua scelta di vita. Film come La
passione di Giosuè l’ebreo, Placido Rizzotto e Rosso Malpelo, Malavoglia, solo per
citarne alcuni. Premi, riconoscimenti e soprattutto
impegno perché il cinema, il suo cinema sia un servizio appassionato alla vita,
all’arte, alla bellezza. «Giovanni Falcone è una delle figure più importanti della storia
d’Italia – conclude Scimeca – ai ragazzi è importante trasmettere, non solo il ricordo,
ma anche l’esempio; nel nome di Falcone si possono fare delle scelte. Giovanni
Verga, Roberto Rossellini, sono i miei maestri per la letteratura e il cinema. Questo
film per me è una novella che s’ispira a quel modello educativo, utilizzando la forza
delle immagini».

Ci sono in tutta Italia e anche all’estero scuole, istituti, oratori, statue dedicate al giudice Falcone, ma il convitto nazionale «Giovanni Falcone» di Palermo lo è in maniera peculiare perché proprio qui, in questo istituto, il magistrato ha frequentato le elementari. Le sue pagelle, ritrovate nel 1998 negli archivi polverosi dalla  studentessa Valeria Giarusso, oggi giornalista, evidenziano la sua passione per lo studio. Il Convitto, assieme alla Fondazione Falcone, in occasione del XX anniversario della strage di Capaci ha deciso di realizzare un cortometraggio di 30 minuti: «Convitto Falcone. La mia partita», tratto da un racconto di Giuseppe Cadili, giornalista ed educatore dello stesso istituto «In questa storia – afferma l’autore – ho voluto focalizzare l’attenzione su alcuni valori importanti come la famiglia, la scuola, l’istruzione e i modelli veri da prendere come esempio: Falcone, Borsellino e tutte le vittime della mafia che hanno dato la vita per affermare la legalità. Ai ragazzi dico sempre: fate il vostro dovere. Basta mettere in pratica questa piccola regola per potere sperare in un’Italia migliore e sconfiggere la mafia». Pasquale Scimeca, siciliano di Alimusa, piccolo centro della provincia di Palermo, ha accettato con entusiasmo di dirigere il film, utile nel perpetuare non solo il ricordo ma anche l’insegnamento del giudice assassinato, come amava dire lo stesso Falcone rivolgendosi ai giovani: «Le nostre idee continueranno a camminare sulle vostre gambe». La sceneggiatura è dello stesso regista e di Francesco La Licata, scrittore, giornalista e amico del giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, autore della biografia Storia di Giovanni Falcone. La vicenda è ambientata ai nostri giorni, è «un racconto che vede protagonisti dei ragazzi che si trovano a confrontarsi con il senso della giustizia, anche attraverso gesti piccoli e quotidiani». Antonio, il protagonista, è un adolescente che, grazie a una borsa di studio, entra nel convitto dove studiò Falcone. Il luogo, il ricordo del magistrato e gli insegnamenti del suo educatore lo spingeranno a riflettere sui temi della legalità e della giustizia. «È un messaggio attuale, visto quello che succede oggi nel mondo del calcio – dice ancora Scimeca –; vorrebbe dire ai ragazzi che nella vita le scorciatoie non funzionano». Il cast vede attori che hanno già lavorato con Scimeca: David Coco, Marcello Mazzarella, Donatella Finocchiaro, Guja Jelo, Pietro D’Agostino, Enrico Lo Verso e Filippo Luna. Donatella Finocchiaro, nel ruolo della madre del protagonista, dice: «Il valore simbolico di quest’opera per me è molto forte, mi aspetto che sia una maniera per raccontare ai bambini le figure di eroi dei nostri tempi». Occorre non dimenticare, sottolinea David Coco, che aggiunge: «Falcone e Borsellino sono persone che hanno rifiutato di adeguarsi al contesto». Il padre del piccolo protagonista è interpretato da Enrico Lo Verso, mentre Filippo Luna è il portiere della scuola. Le musiche sono di Franco Battiato e il film sarà proiettato il 23 maggio alla presenza del capo dello Stato, e poi presentato al Festival del Cinema di Venezia. Dice ancora il regista: «Anche questo film è rivolto principalmente ai giovani, a quei ragazzi che nel 1992 non erano ancora nati, nella speranza che le idee e l’esempio di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di tutti quelli che hanno sacrificato le loro vite nella lotta alla mafia, possano soffiare come il vento e svegliare le nostre coscienze». Ripercorrendo il suo iter formativo, Scimeca ritorna alle origini contadine, agli insegnamenti di suo nonno nel riconoscere i tempi della natura, la sua bellezza e l’importanza di rispettarla: «L’istruzione è fondamentale e nel mondo non tutti i bambini hanno questa fortuna, anzi molti sono costretti sin da piccoli ad andare a lavorare». Racconta con emozione il suo desiderio di diventare missionario «per aiutare chi si trova in difficoltà». Poi la laurea in lettere a Firenze, alcuni anni di insegnamento e l’approdo al cinema nel 1989, sua scelta di vita. Film come La passione di Giosuè l’ebreo, Placido Rizzotto e Rosso Malpelo, Malavoglia, solo per citarne alcuni. Premi, riconoscimenti e soprattutto impegno perché il cinema, il suo cinema sia un servizio appassionato alla vita, all’arte, alla bellezza. «Giovanni Falcone è una delle figure più importanti della storia d’Italia – conclude Scimeca – ai ragazzi è importante trasmettere, non solo il ricordo, ma anche l’esempio; nel nome di Falcone si possono fare delle scelte. Giovanni Verga, Roberto Rossellini, sono i miei maestri per la letteratura e il cinema. Questo film per me è una novella che s’ispira a quel modello educativo, utilizzando la forza delle immagini».

di Fernanda di Monte

Don Di Noto al laboratorio Copercom

martedì, 8 maggio 2012
“Nell’ambito dell’emergenza educativa, pur essendo meravigliosi i
mezzi di comunicazione, tra le maglie s’annidano pericoli per i
minori. Emerge che i ‘nativi digitali’, i bambini e i ragazzi, sono più
avanti dei ‘nativi cartacei’, gli adulti”. È necessario, quindi, “fare un
percorso per giungere a un patto educativo, innovativo e di grande
responsabilità, tra le due generazioni”. Lo ha detto al Copercom don
Fortunato Di Noto, fondatore di Meter, alla vigilia della sua
partecipazione al laboratorio on line “animatori cultura e
comunicazione” sul tema “Media e minori: come prevenire e come
affrontare i rischi?”, in programma mercoledì 9 alle 21
(www.copercom.it).
Il primo appuntamento del modulo primaverile del laboratorio ha
suscitato interesse e partecipazione. Cresce ora l’attesa per il secondo
incontro, con il sacerdote impegnato da anni in prima linea a tutela
dei minori contro la pedofilia via Internet.

“Nell’ambito dell’emergenza educativa, pur essendo meravigliosi i mezzi di comunicazione, tra le maglie s’annidano pericoli per i minori. Emerge che i ‘nativi digitali’, i bambini e i ragazzi, sono più avanti dei ‘nativi cartacei’, gli adulti”. È necessario, quindi, “fare un percorso per giungere a un patto educativo, innovativo e di grande responsabilità, tra le due generazioni”. Lo ha detto al Copercom don Fortunato Di Noto, fondatore di Meter, alla vigilia della sua partecipazione al laboratorio on line “animatori cultura e comunicazione” sul tema “Media e minori: come prevenire e come affrontare i rischi?”,  in programma mercoledì 9 alle 21 (www.copercom.it).

Il primo appuntamento del modulo primaverile del laboratorio ha suscitato interesse e partecipazione. Cresce ora l’attesa per il secondo incontro, con il sacerdote impegnato da anni in prima linea a tutela dei minori contro la pedofilia via Internet.

Media e minori: rompere la congiura del silenzio

venerdì, 4 maggio 2012
“Rompere il silenzio e rendersi protagonisti giocando fino in fondo la propria
responsabilità educativa”.  Lo ha detto ieri sera  Franco Mugerli, presidente del
Comitato media e minori, intervenendo al primo modulo 2012 del laboratorio on line
“animatori cultura e comunicazione” del Copercom sul tema “Media e minori: quale
tutela per quali diritti?”. “Si può fare molto, ma pochissimi si muovono. Al Comitato
arrivano segnalazioni” però “non sono ancora sufficienti. La verità – ha affermato
Mugerli – è che anche la stragrande maggioranza delle associazioni cattoliche sono
silenti e non collaborano”.
Un “peccato di omissione”, lo ha definito  Paolo Bustaffa, responsabile del
laboratorio.
Per il presidente del Coordinamento,  Domenico Delle Foglie, è necessario “fare
massa critica, come fa il  Copercom, e animare il dibattito pubblico” affinché “si
giunga a un codice unico di regolamentazione di tutti i media, compresa la pubblicità
e tutto ciò che ruota attorno al web, e, in particolare, i social network”.
I diritti per la tutela dei minori, ha  proseguito Mugerli,  “sono disattesi” e si
riscontrano “continue violazioni”. I minori  sono esposti, spesso, “a immagini di
violenza e di sesso”. È “una problematica che sembra non esistere”. Invece “è
presente ed è più importante di quel che si pensi”. Il risultato è che “il peso maggiore
ricade sulle famiglie e non su chi fa la televisione”.
Delle Foglie ha ricordato che “il tema della tutela dei minori è nello Statuto del
Coordinamento” e che “due delle 29 associazioni aderenti, Age e Agesc, hanno
sollevato il problema delle Commissioni  di revisione cinematografica” nelle quali
“sono preponderanti le rappresentanze dei produttori, che soffocano quelle dei
genitori”.
Il quadro legislativo e le prospettive non sono rassicuranti perché, ha dichiarato
Mugerli, ci sono “poche norme”. Occorrerebbe, invece, “più responsabilità da parte
del legislatore”, ma anche “un maggiore sussulto di indignazione e di proposizione
delle famiglie”.
Insomma “un vero ‘far west’ comunicativo”, come sottolinea il Manifesto del
Copercom a tutela dei minori.
“La sfida delle nuove tecnologie va affrontata ma – ha osservato Delle Foglie – un
genitore quarantenne non è detto che conosca il mondo dei social network e dei new
media e che sappia gestirlo. La nostra società credo che chieda troppo ai genitori, agli
insegnanti e ai sacerdoti”. Di fronte “a un ragazzo che cerca amicizia in un social
network, cosa potrebbe fare un educatore?”. Forse, ha concluso Delle Foglie,
“sollecitare i ragazzi a raccontare ciò che gli accade nella Rete”.

“Rompere il silenzio e rendersi protagonisti giocando fino in fondo la propria responsabilità educativa”.  Lo ha detto ieri sera  Franco Mugerli, presidente del Comitato media e minori, intervenendo al primo modulo 2012 del laboratorio on line “animatori cultura e comunicazione” del Copercom sul tema “Media e minori: quale tutela per quali diritti?”. “Si può fare molto, ma pochissimi si muovono. Al Comitato arrivano segnalazioni” però “non sono ancora sufficienti. La verità – ha affermato Mugerli – è che anche la stragrande maggioranza delle associazioni cattoliche sono silenti e non collaborano”. Un “peccato di omissione”, lo ha definito  Paolo Bustaffa, responsabile del laboratorio.

Per il presidente del Coordinamento,  Domenico Delle Foglie, è necessario “fare massa critica, come fa il  Copercom, e animare il dibattito pubblico” affinché “si giunga a un codice unico di regolamentazione di tutti i media, compresa la pubblicità e tutto ciò che ruota attorno al web, e, in particolare, i social network”. I diritti per la tutela dei minori, ha  proseguito Mugerli,  “sono disattesi” e si riscontrano “continue violazioni”. I minori  sono esposti, spesso, “a immagini di violenza e di sesso”. È “una problematica che sembra non esistere”. Invece “è presente ed è più importante di quel che si pensi”. Il risultato è che “il peso maggiore ricade sulle famiglie e non su chi fa la televisione”.

Delle Foglie ha ricordato che “il tema della tutela dei minori è nello Statuto del Coordinamento” e che “due delle 29 associazioni aderenti, Age e Agesc, hanno sollevato il problema delle Commissioni  di revisione cinematografica” nelle quali “sono preponderanti le rappresentanze dei produttori, che soffocano quelle dei genitori”.

Il quadro legislativo e le prospettive non sono rassicuranti perché, ha dichiarato Mugerli, ci sono “poche norme”. Occorrerebbe, invece, “più responsabilità da parte del legislatore”, ma anche “un maggiore sussulto di indignazione e di proposizione delle famiglie”.

Insomma “un vero ‘far west’ comunicativo”, come sottolinea il Manifesto del Copercom a tutela dei minori. “La sfida delle nuove tecnologie va affrontata ma – ha osservato Delle Foglie – un genitore quarantenne non è detto che conosca il mondo dei social network e dei new media e che sappia gestirlo. La nostra società credo che chieda troppo ai genitori, agli insegnanti e ai sacerdoti”. Di fronte “a un ragazzo che cerca amicizia in un social network, cosa potrebbe fare un educatore?”. Forse, ha concluso Delle Foglie, “sollecitare i ragazzi a raccontare ciò che gli accade nella Rete”.