L’appuntamento è alle 11, presso la Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”,
in via Serra di falco, a Palermo. La sede è una villetta, in mezzo a dei palazzoni,
confiscata alla mafia. Sì, alla mafia! Siamo arrivati in anticipo, le segretarie sono
impegnatissime, squilla più volte il telefono, fervono i preparativi per il ventesimo
anno della strage di Capaci. Arrivano prenotazioni per la manifestazione del 23
maggio, presso l’Aula Bunker, dove si svolse il maxiprocesso nel lontano 1986. Con
le tre «Navi della legalità», centinaia, migliaia di giovani arriveranno a Palermo da
tutta Italia, per esprimere con la loro presenza, non solo il ricordo dei “martiri per
la giustizia”, come gli amici Falcone e Borsellino e gli uomini e donne delle loro
scorte, ma anche l’impegno per una società nuova, che rigetta tutti i non-valori della
mafia. In questo via vai ci riceve nel suo studio, Maria, una delle sorelle di Giovanni
Falcone.
La prima domanda è d’obbligo: a distanza di vent’anni dalla strage di Capaci, è
cambiato qualcosa?
«Mi permetta, prima risponderle, di dirle perché ho iniziato questa attività. Avrei
potuto starmene a casa a piangere accettando la morte di Giovanni grazie alla fede,
ma c’è stato un momento (subito dopo la morte di Paolo Borsellino, che avevo
incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla continuerò io il
lavoro di Giovanni”), un momento in cui la disperazione ha preso il sopravvento e
pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso Capponnetto aveva detto. Ma l’aver
vissuto per tanto tempo vicino a Giovanni, avere condiviso il suo lavoro… E l’aver
intravisto, come Giovanni aveva intuito, che la sconfitta della mafia non era più una
cosa impossibile… Insomma, non potevo rinunciare a combattere».
Il giudice Falcone aveva compreso che per sconfiggere Cosa Nostra non
bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla
magistratura.
«Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Cioè
bisognava creare una società che rigettasse tutti i disvalori della mafiosità, soprattutto
l’indifferenza, l’omertà, perché bisogna capire che queste mafie non sono normali
organizzazioni che delinquono solo per far soldi. Certo, anche questo. Ma per arrivare
a quel fine Cosa Nostra si infiltra nel tessuto sociale e attacca i gangli vitali di un
Paese. È la mafia che corrompe il magistrato, l’uomo delle forze dell’ordine, il
politico soprattutto, e qualsiasi uomo delle istituzioni che possa essere d’intralcio alla
sua attività. Purtroppo il legame con la politica, ancora oggi, è faticoso da tranciare».
Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle
scuole e nelle università per coinvolgere tutta la società?
«Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per
far capire quanto sia importante il ruolo della società: quando Buscetta iniziò a
collaborare e a raccontare tutto, più volte disse a mio fratello: “Dottor Falcone, il
suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”, ma mio fratello non si lasciava
intimorire da quelle parole e rispondeva: “Non si preoccupi, dopo di me altri uomini
continueranno il mio lavoro. Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece
pochissime volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista
gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa
città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, come le loro tensioni morali
e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Ed ecco che mi sono
ritrovata sulla sua strada: dovevo dare ai giovani una cultura che rigettasse quel
terreno di base dove la mafia può proliferare e crescere».
Negli anni, tante scuole l’hanno chiamata a parlare e non riesce ad andare in
tutte…
«Molte cose sono cambiate sia in Sicilia che nel resto d’Italia, basti pensare
ai “ragazzi di addio pizzo”. Molto c’è ancora da fare e non bisogna abbassare
la guardia. I quartieri limite di Palermo non sono cambiati e per questo stiamo
incentivando il nostro impegno. Nelle scuole c’è un attenzione superiore a quella
degli inizi. Allora era cronaca, ora è storia».
C’è un lato più nascosto, privato di Giovanni che vuole ricordare?
«Rammento l’uomo, che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri
più importanti del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro
non l’ha fatto per se stesso, ma per la comunità, per le nuove generazioni. Anche se si
era un poco allontanato dalla fede, non aveva mai tolto la croce dal collo, e tra le sue
cose ho ritrovato la fascia della cresima».
Per offrire uno strumento di riflessione ai ragazzi lei ha appena scritto, assieme
alla giornalista Francesca Barra, il libro “Giovanni Falcone.
Un eroe solo” (Rizzoli)…
«Vent’anni dopo le stragi del ’92 i giovani che ancora sfileranno per le strade di
Palermo il 23 maggio prossimo sono la più bella vittoria della società».
L’appuntamento è alle 11, presso la Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”, in via Serra di falco, a Palermo. La sede è una villetta, in mezzo a dei palazzoni, confiscata alla mafia. Sì, alla mafia! Siamo arrivati in anticipo, le segretarie sono impegnatissime, squilla più volte il telefono, fervono i preparativi per il ventesimo anno della strage di Capaci. Arrivano prenotazioni per la manifestazione del 23 maggio, presso l’Aula Bunker, dove si svolse il maxiprocesso nel lontano 1986. Con le tre «Navi della legalità», centinaia, migliaia di giovani arriveranno a Palermo da tutta Italia, per esprimere con la loro presenza, non solo il ricordo dei “martiri per la giustizia”, come gli amici Falcone e Borsellino e gli uomini e donne delle loro scorte, ma anche l’impegno per una società nuova, che rigetta tutti i non-valori della mafia. In questo via vai ci riceve nel suo studio, Maria, una delle sorelle di Giovanni Falcone.
La prima domanda è d’obbligo: a distanza di vent’anni dalla strage di Capaci, è cambiato qualcosa?
«Mi permetta, prima risponderle, di dirle perché ho iniziato questa attività. Avrei potuto starmene a casa a piangere accettando la morte di Giovanni grazie alla fede, ma c’è stato un momento (subito dopo la morte di Paolo Borsellino, che avevo incontrato più volte e mi aveva sempre ripetuto: “Stai tranquilla continuerò io il lavoro di Giovanni”), un momento in cui la disperazione ha preso il sopravvento e pensavo che tutto fosse finito, come lo stesso Capponnetto aveva detto. Ma l’aver vissuto per tanto tempo vicino a Giovanni, avere condiviso il suo lavoro… E l’aver intravisto, come Giovanni aveva intuito, che la sconfitta della mafia non era più una cosa impossibile… Insomma, non potevo rinunciare a combattere».
Il giudice Falcone aveva compreso che per sconfiggere Cosa Nostra non bastava la sola repressione, cioè quella attuata dalle forze dell’ordine, dalla magistratura.
«Ma era necessario togliere alla mafia il terreno fertile sul quale prosperare. Cioè bisognava creare una società che rigettasse tutti i disvalori della mafiosità, soprattutto l’indifferenza, l’omertà, perché bisogna capire che queste mafie non sono normali organizzazioni che delinquono solo per far soldi. Certo, anche questo. Ma per arrivare a quel fine Cosa Nostra si infiltra nel tessuto sociale e attacca i gangli vitali di un Paese. È la mafia che corrompe il magistrato, l’uomo delle forze dell’ordine, il politico soprattutto, e qualsiasi uomo delle istituzioni che possa essere d’intralcio alla sua attività. Purtroppo il legame con la politica, ancora oggi, è faticoso da tranciare».
Da questa convinzione è nata la Fondazione Falcone, con la sua attività nelle scuole e nelle università per coinvolgere tutta la società?
«Ricordo un particolare che mi raccontò Giovanni e voglio condividerlo per far capire quanto sia importante il ruolo della società: quando Buscetta iniziò a collaborare e a raccontare tutto, più volte disse a mio fratello: “Dottor Falcone, il suo conto con la mafia si chiuderà con la sua morte”, ma mio fratello non si lasciava intimorire da quelle parole e rispondeva: “Non si preoccupi, dopo di me altri uomini continueranno il mio lavoro. Mio fratello non amava rilasciare interviste, lo fece pochissime volte e una di queste fu quando iniziò il maxiprocesso. Il giornalista gli chiese qual era il messaggio che voleva dare a Palermo e lui rispose: “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, come le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Ed ecco che mi sono ritrovata sulla sua strada: dovevo dare ai giovani una cultura che rigettasse quel terreno di base dove la mafia può proliferare e crescere».
Negli anni, tante scuole l’hanno chiamata a parlare e non riesce ad andare in tutte…
«Molte cose sono cambiate sia in Sicilia che nel resto d’Italia, basti pensare ai “ragazzi di addio pizzo”. Molto c’è ancora da fare e non bisogna abbassare la guardia. I quartieri limite di Palermo non sono cambiati e per questo stiamo incentivando il nostro impegno. Nelle scuole c’è un attenzione superiore a quella degli inizi. Allora era cronaca, ora è storia».
C’è un lato più nascosto, privato di Giovanni che vuole ricordare?
«Rammento l’uomo, che ha creduto in determinati valori basandosi su uno dei pilastri più importanti del cristianesimo: ama il prossimo tuo come te stesso. Lui il suo lavoro non l’ha fatto per se stesso, ma per la comunità, per le nuove generazioni. Anche se si era un poco allontanato dalla fede, non aveva mai tolto la croce dal collo, e tra le sue cose ho ritrovato la fascia della cresima». Per offrire uno strumento di riflessione ai ragazzi lei ha appena scritto, assieme alla giornalista Francesca Barra, il libro “Giovanni Falcone. Un eroe solo” (Rizzoli)…
«Vent’anni dopo le stragi del ’92 i giovani che ancora sfileranno per le strade di Palermo il 23 maggio prossimo sono la più bella vittoria della società».
Questo articolo è stato pubblicato il martedì, 15 maggio 2012 alle 14:13 e classificato in Senza categoria. È possibile seguire tutte le repliche a questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
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